Gelata

Globalizzazione, Gig economy e Innovazione di prodotto/servizio 

By Carlo Massironi, ottobre 15, 2017

La traduzione in italiano di “Globalizzazione” è “molta più concorrenza”. E molta più concorrenza significa prezzi più bassi—per i consumatori—ma anche margini di profitto molto più bassi—per chi produce.

La “molta più concorrenza” della globalizzazione ha da tempo sconvolto le vite degli imprenditori, e con la diffusione delle piattaforme web come Uber, di incrocio tra domanda e offerta di lavori e “lavoretti” (“gig economy”, “platform work”), anche quelle dei lavoratori.

Il risultato è un mondo del lavoro dove le imprese, sempre che riescano ancora a stare sul mercato, sono più povere e i lavoratori, trasformati forzatamente in auto-imprenditori, sono più poveri.

Purtroppo il genio della molta più concorrenza (globale, ma anche, con il “platform work”, locale) è uscito dalla lampada e non ci rientrerà “per decreto”. Una volta impoverito, un sistema sociale diventa tossico-dipendente dal basso prezzo di merci e lavoro. E quand’anche volesse uscire dal tunnel di questa dipendenza, il mercato globale (e il platform work) è sempre pronto a rifornirlo di merci a buon mercato e di disperati in cerca di “almeno un lavoretto”.

In Italia aggiungete a questa situazione un debito pubblico con interessi da tempo insostenibili, che condanna il Paese ad livelli di tassazione su lavoro e impresa francamente scoraggianti.

Per chi investe e fa impresa la maniera più efficace di rispondere alla concorrenza—anche alla molta più concorrenza di globalizzazione e market digitali—è “evitare di competere”, inventando nuovi prodotti e servizi che offrano al cliente un di più di valore, per cui il cliente sia disposto a pagare. Quello che in gergo si chiama “fare innovazione di valore” (alcuni esempi qui e qui).

In teoria si tratta di una ricetta valida anche per il singolo lavoratore: costruirsi competenze uniche che lo posizionino ad un livello superiore rispetto agli altri lavoratori.

Di fatto molti imprenditori non sono in grado di fare innovazione di prodotto o servizio. E sono ancora meno i lavoratori che aspirano ad un posto da dipendente o da lavoratore autonomo capaci di farlo.

Ci sono parecchi miti intorno agli imprenditori. Ma spesso chi apre un bar (o anche qualcosa di più grande) è solo un poco più coraggioso (o sconsiderato, o dotato di qualche garanzia per la banca) rispetto a chi cerca lavoro in un bar. E non necessariamente è in grado di inventare un nuovo servizio o prodotto. Chi fa impresa, soprattutto micro e piccola impresa, spesso si limita a copiare un modello di impresa che ha visto funzionare in mano a qualcun altro.

Gli innovatori di prodotto e servizio sono veramente pochi.

Eppure la risposta più efficace alla globalizzazione e alla “gig economy” del platform work è l’innovazione di prodotto o servizio che offra nuovo valore ai clienti.

Qualcosa che dobbiamo spiegare al Paese, a quella parte di imprenditori che hanno le capacità personali per provare a farla e a quella parte di lavoratori e disoccupati che possono apprendere competenze capaci di tirarli fuori dalla trappola dei “lavoretti”.

Non è una ricetta per tutti. Un mercato del lavoro è sempre fatto di imprenditori e lavoratori con differenti livelli di competenze e capacità creative. E abbiamo il dovere di pensare a chi è rimasto indietro, o anche molto indietro.

Ma anche per questi un Paese fortemente focalizzato sul fare innovazione di prodotto/servizio e sull’export e turismo è un posto migliore dove cercare un lavoro dignitoso ed umano.

 

 

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