La cura. Se l’Italia fosse un corpo umano — Estratto del libro

By Luca Landò, giugno 27, 2017

Essenziale per gli italiani che vogliono tornare a inventare il futuro è che televisioni e giornali inizino a parlare 1) di qual è la situazione reale del Paese e 2) di quale vogliamo che sia il ruolo dell’Italia sulla scena industriale mondiale nei prossimi 10-15 anni. In attesa che singoli giornalisti o intere testate si uniscano a questa battaglia, un giornalista scientifico (e ricercatore), Luca Landò, ha pubblicato nell’aprile scorso un interessante libro dal titolo “La cura“.

Grazie alla gentilezza dell’editore “Chiarelettere” e dell’autore, vi proponiamo un passaggio del libro, libro che merita la lettura da parte di quanti stanno provando a inventare il futuro o hanno intenzione di iniziare a farlo.

Per tornare a crescere c’è una sola strada: si chiama innovazione.

Sulla quale è però indispensabile chiarirsi le idee, anche a costo di rompere pregiudizi e false convinzioni.

Punto primo: non si fa innovazione se non si investe in ricerca. È banale dirlo, ma è doveroso ricordarlo. Anche perché l’Italia continua a essere tra i paesi che investono meno in ricerca e sviluppo: l’1,33 per cento del Pil.

È una cifra che ci permette di «spezzare le ossa» alla Grecia, unico paese Ocse dietro di noi, ma di buscarle da Spagna, Portogallo, persino dall’Estonia, per non parlare di Francia, Germania, Danimarca e Stati Uniti, che viaggiano oltre il 2 per cento, o di Svezia e Finlandia che, con il 3,73 e il 3,45 per cento, sono gli unici alle spalle dell’inarrivabile Israele, che investe in ricerca il 4,53 per cento del proprio Prodotto interno lordo.

Punto secondo: gli investimenti da soli non bastano, ci vuole anche una politica dell’innovazione. E il motivo è presto detto: per arrivare a destinazione non è sufficiente fare il pieno di benzina, bisogna anche sapere dove andare.

L’Italia spende poco e male, con investimenti a pioggia, discontinui e senza una strategia chiara e condivisa.

Punto terzo: piccolo è bello, ma solo quando si inizia. In Italia, lo vedremo più avanti, ci sono cinque milioni di piccole e medie imprese, segno di una vivacità individuale ma anche di una fragilità del tessuto produttivo.

Avere tanti piccoli imprenditori pronti a mettersi in gioco significa poter cogliere al volo le occasioni nuove del mercato, trasformare in prodotto o servizio un’idea nuova, moderna, originale.

Il problema è che per battere la concorrenza e superare le crisi, le idee non bastano: ci vogliono anche le spalle robuste. L’Italia non fa nulla per favorire la crescita e l’evoluzione delle piccole imprese, inclusa la strada, mai percorsa, dei poli di aggregazione.

Punto quarto: l’innovazione, quella vera, è un lavoro collettivo. La figura dell’imprenditore geniale che sfida il mondo con la forza delle sue idee esiste solo nelle fiction tv: nella realtà, soprattutto quella odierna, la grandezza di un imprenditore si misura nella sua capacità di riconoscere e assemblare le idee più radicali e innovative sviluppate da altri. Molti altri.

Punto quinto: l’innovazione, quella vera, non è una questione privata. Scommettere sul futuro è un’attività costosa, con tempi lunghi ed esiti incerti.

Questo spiega perché imprenditori e fondi privati non investono mai in ricerca di base (quella iniziale, dai tempi ancora più lunghi e dagli esiti ancora più incerti) ma solo in quella applicata e solo nei progetti già individuati come i più promettenti. Ma se questo è vero, se nella filiera della ricerca i capitali privati, come il Settimo Cavalleggeri, arrivano soltanto alla fine, chi è che inizia e combatte la battaglia più dura?

Punto sesto: l’innovazione, quella vera, ha bisogno di un ruolo importante, diretto, attivo da parte del settore pubblico.

È il punto più sorprendente e ostico, ma anche il più rilevante.

Più sorprendente, perché è da circa trent’anni che sentiamo ripetere da più voci (di una parte sola, a dire il vero) che la crescita economica si ottiene liberando il mercato dai «lacci e lacciuoli» dello Stato.

Più ostico, nel senso di non semplice digestione, perché sappiamo tutti quali sono i difetti, le lentezze e le contraddizioni della mano pubblica.

Più rilevante perché l’innovazione, quella vera, ha bisogno di qualcuno con il coraggio e la determinazione di investire a lungo, soprattutto laddove nessuno, ma proprio nessuno, ha la minima intenzione di farlo.

Come diceva John Maynard Keynes in La fine del laissez-faire, «l’importante per un governo non è fare le cose che i singoli individui stanno già facendo, e farle un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare le cose che al momento  non vengono fatte per niente».

Ecco, investire in ricerca di base è una scelta che nessuno fa, perché è lunga, rischiosa, costosa. Ma sarebbe una scelta necessaria. Perché senza ricerca di base non allarghi le conoscenze, non scopri nulla di nuovo. E perché senza ricerca di base anche la ricerca applicata, quella che tanto piace a imprenditori e fondi privati (in quanto più diretta, meno rischiosa e, a conti fatti, meno costosa), alla fine gira intorno agli stessi temi e agli stessi argomenti.

[“Un totem e sei tabù”,  estratto da “La cura” di Luca Landò, Chiarelettere, Milano, 20 aprile 2017.]

La cura

Per acquistare il libro:

Edizione cartacea, 300 pagine, €16,00;

Edizione digitale, € 9,99:

IBS, Amazon, iBook.

 

Luca Landò, neurobiologo cellulare e giornalista, ha lavorato presso la University of California di Berkeley occupandosi di trasmissione sinaptica. Membro della Society for Neuroscience e della Biophysical Society, ha pubblicato le sue ricerche su alcune delle più importanti riviste scientifi che internazionali. Ha raccontato la sua esperienza di ricercatore all’estero nel libro “Ne ho ammazzati novecento. Confessioni di un tagliatore di teste” (Baldini&Castoldi). Ha lavorato come giornalista scientifico prima presso “il Giornale” di Indro Montanelli e poi a “La Voce”. Alla chiusura del quotidiano, nel 1995, è entrato in Baldini&Castoldi come capo ufficio stampa e in seguito come direttore editoriale della casa editrice e della rivista “Linus” al fianco di Oreste del Buono. Nel 2001 è vicedirettore de “l’Unità” e direttore del sito internet del giornale, nel 2013 direttore di entrambi fino al 2014. Appassionato di vela, ha vinto un campionato mondiale, un titolo europeo e uno italiano. Ha scritto “Il Moro tradito” (Baldini&Castoldi), dedicato all’avventura e alla mancata vittoria del Moro di Venezia di Raul Gardini e Paul Cayard all’America’s Cup di San Diego, nel 1992.

 

 

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