Luigi Corvo

La trasformazione sociale che sta già avvenendo

By Luigi Corvo, giugno 26, 2017

Luigi Corvo (Università di Roma Tor Vergata) spiega alla politica (di sinistra) che, senza aspettare “un piano del Governo” gli italiani stanno tornando a inventarsi il futuro. E sempre alla politica chiede di essere all’altezza del cambiamento che sta già avvenendo nel Paese.

Questo articolo è apparso originalmente sulla pagina Facebook di Luigi Corvo il 14 Giugno 2017. Ritenendolo uno dei tanti segnali che “The Italians are coming back”, lo ripubblichiamo per gentile concessione dell’autore. Originalmente rivolto alle forze politiche della sinistra extra Pd, l’articolo di Corvo segnala in realtà qualcosa di utile all’intero Paese.

In vista delle prossime Assemblee della sinistra, una nota scritta di getto.

Fate silenzio e ascoltate.

Invece che lanciare appelli, convocare popoli, evocare alleanze che rimbalzano nel circuito dei già coinvolti, dei dirigenti politici autoproclamati (e sempre più auto rappresentati), se si vuole davvero entrare nel profondo del conflitto del nostro tempo, occorrerebbe tacere e ascoltare attivamente.
Andare alla ricerca dei luoghi in cui la trasformazione sociale sta già avvenendo, dove c’è chi lotta quotidianamente (senza ribalte mediatiche, senza investiture nè dibattiti televisivi) per costruirsi uno spazio di nuova inclusione.
Dove l’alleanza per la democrazia e l’uguaglianza viene praticata quotidianamente, eroicamente.

Ne scrive Agostino Riitano in Sud Innovation [n.d.r. sul blog ne abbiamo parlato recentemente qui], dei luoghi del nostro meridione in cui un movimento di migliaia e migliaia di persone si attiva per tenere vivi i luoghi della cultura, e si improvvisa un giorno impresa sociale, l’altro ente pubblico, per sopperire alla mancanza di tessuto sociale con passione di comunità. Non sono stereotipi, in quel libro ne trovate un elenco.

Ma si trovano anche intorno a noi, basta osservare in silenzio.
Si trovano in ogni università, in genere si attivano verso fine pomeriggio, quando le lezioni sono ormai concluse e, come dei carbonari di qualche secolo fa, degli studenti iniziano una nuova giornata di lavoro. Progettano, ipotizzano, costruiscono forme e sostanze organizzative per riuscire a dimostrare che è possibile generare valore in modo sano, compatibile. E’ una generazione che genera valore. Osserviamo loro, impariamo da loro. Gli appelli, scusate la schiettezza, li allontanano.

Li trovate in strane botteghe contemporanee, dove artigiani e macchine stabiliscono dialoghi nuovi, e ci trovate giovani ed anziani, di ogni genere. Chiedete ad uno come Leonardo Zaccone come è riuscito a portare l’artigianato digitale in ogni scuola e, pensate un po’, ad Ostia. Chiedetegli, banalmente, come si possano fare le cose che ricostruiscono trame e tessuti sociali senza attendere il piano strategico del ministero. Lui ce lo sa dire. E noi dovremmo ascoltare.

Io chiederei a quei ragazzi calabresi di Cangiari come hanno fatto a riproporre i modelli cooperativi, come ha fatto nel salernitano un imprenditore “normale” a far ripartire il ciclo dei ricavi con l’economia circolare. Chiederei a quelli che a Milano hanno rigenerato immobili pubblici che erano in stato di abbandono come si può adattare il loro modello sull’intero paese.

E occorre fare attenzione, non basta guardarci intorno. Dovremmo guardare in basso, perchè in alcuni ex depositi nascono altri luoghi dove le persone stanno insieme. Chiedete ad Enrico Parisio come riempie di centinaia di persone un luogo sotto il livello stradale. Tutti i santi giorni.

E’ il conflitto del nostro tempo. Quello fra gli inclusi, i sempre meno, in un sistema molto stretto e gli espulsi, i sempre più, che giocano la partita della loro vita fra innovazione per l’inclusione. Non la leggete con banalità, lo ripeto: sono in milioni e praticano l’innovazione, leggono cose nuove ogni giorno, fanno corsi, master, chiamate skype per capire meglio come attrezzarsi al fine di poter far parte degnamente di questo mondo. Le soluzioni che cercano, d’altronde, sono soluzioni ai problemi di un mondo che hanno ereditato così. Diseguale socialmente, ferito nella sua natura.

A questo movimento di milioni di persone qualche Ministro, un Poletti, dice di sbrigarsi per non bruciarsi, qualche altro gli propone il conforto di una sistemazione (senza peraltro poterla sostenere in modo credibile). Voi, che poi siamo noi, non dovreste dirgli che risponderete ai loro bisogni. Voi, noi, dovremmo imparare a capire i loro desideri.

I desideri di rimettere mano a questo mondo, di spostare le frontiere dei vincoli delle norme e dei codici amministrativi, i desideri di felicità insieme, i desideri di vivere il tempo che hanno sempre più nell’accezione del Kairos, della scelta, e sempre meno come un Kronos, un palinsesto di eventi che qualcuno vorrebbe somministrargli.

La mia, la nostra sinistra è lì e tenta di costruirsi costruendo ponti fra i desideri di questo ingegno collettivo e le possibilità già disponibili in questo mondo.
E, per non farla lunga, facciamo attenzione, diamoci una regola: smettiamola con l’epica del disastro. Se si prende l’iniziativa si ha il dovere etico di creare, di generare, di proporre. Di fare tessuto più che rete, di guardare al paese e alle sue tante inefficienze come una straordinaria opportunità.

Cambiamo prospettiva e iniziamo col dire: tanto maggiori sono le inefficienze, tanto maggiore è lo spazio per le vostre idee e tanto più determinante sarà il vostro ruolo nel mondo che costruiremo insieme.

Vale per l’Italia e vale per l’Europa. Anche qui, iniziamo col dire che è lo spazio continentale in cui persiste la migliore sintesi fra economia e società, fra vincoli e progresso. E allora, basta con la retorica dell’Europa cattiva, impegniamoci piuttosto nel trasformare quello spazio in un luogo: il continente in cui gli stravolgimenti della tecnologia e della robotica incontrano e sono al servizio dei desideri umani.

Apriamo cuori e menti alla possibilità di un nuovo umanesimo, in cui tecnica e desiderio siano alleati per un nuovo modo di concepire il cooperare felice.

— Luigi Corvo

 

Luigi Corvo è docente a contratto di Economia delle aziende no profit e delle imprese sociali presso l’Università di Roma Tor Vergata (nell’immagine di apertura quello a sinistra).

 

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