Spin off

Prevenire la trappola “laureato, qualificato, disoccupato” partecipando ad uno spin off universitario

By Luca Guarnieri, febbraio 16, 2016

Gli ultimi anni di università sono un buon periodo per prendere in considerazione l’ipotesi di provare a fare impresa. Formalmente non ancora in cerca di un lavoro, se sei uno studente universitario, sei a contatto con assegnisti, assistenti e docenti, spesso impegnati ad inventare il futuro ma non sempre interessati o con il tempo materiale per ricavare dalle loro idee di futuro un prodotto o servizio e provare a portarlo sul mercato.

L’articolo che segue è di Luca Guarnieri, responsabile del Liaison Office dell’Università di Verona: l’ufficio dell’Università di Verona per promuovere e facilitare la creazione di imprese innovative a partire da progetti di ricercatori e docenti dell’Università, i cosiddetti spin off.
Uffici come quello diretto da Guarnieri sono presenti ormai in tutti gli atenei italiani.

Sebbene il compito di questi uffici sia aiutare docenti e ricercatori universitari—soggetti quindi non disoccupati—a trasformare le loro ricerche in impresa, per uno studente degli ultimi anni di università promuovere o anche semplicemente partecipare ad un progetto di spin off promosso dai propri docenti è un modo per evitare di rimanere incastrato, una volta ottenuta la laurea o una specializzazione post laurea, nella trappola “laureato, qualificato, disoccupato”.

Le Università italiane hanno messo in campo, ormai da diversi anni, uno sforzo consistente per promuovere la trasformazione della ricerca fatta al loro interno in aziende —i cosiddetti spin off—capaci di generare posti di lavoro, ricchezza e futuro per il Paese.

Per quanto la realizzazione di uno spin off riguardi generalmente docenti e ricercatori dell’università, spesso la nascita di queste nuove aziende può essere anche un’occasione per gli studenti per sfuggire, una volta laureati, alla trappola “laureato, qualificato, disoccupato”.

Ad uno studente particolarmente sveglio e capace può capitare ad esempio quello che è recentemente capitato ad un nostro studente.

Un docente della nostra Università aveva ricevuto un finanziamento ministeriale per fondare uno spin off. Per farlo si era avvalso di un suo studente, poi assegnista, poi dipendente a contratto della neonata azienda.
Capace nel fare ricerca, ma anche molto abile nelle relazioni interpersonali e con le altre aziende, nel giro di qualche anno l’ex studente è diventato amministratore delegato della azienda e ne ha poi rilevato le quote del suo mentore.

Naturalmente non si tratta di un percorso comune. Spesso il docente è talmente innamorato della sua idea che fatica a lasciarla ad altri. Anche se in alcuni casi per questa paura di perderla si lascia scappare occasioni importanti per consentire il giusto sviluppo del business e la trasformazione in prodotti concreti del frutto della sua ricerca.

Data la mole di lavoro cui sono sottoposti i docenti e, spesso, la prevalenza della loro passione per la ricerca piuttosto che per il ruolo di imprenditori, credo comunque che gli spin off universitari possano costituire appunto una buona possibilità che hanno gli studenti più in gamba per evitare la trappola “laureato, qualificato, disoccupato”.

In questo articolo proverò a descrivere come funziona il servizio per gli spin off dell’Università di Verona (simile a quanto fanno anche altri atenei), e le caratteristiche che credo essenziali per provare a inserirvi—magari anche promuovendolo—in uno spin off universitario. L’idea è di offrirvi una prima mappa del terreno su cui potreste decidere di muovervi e un elenco delle cose “da portare con voi”.

Come nasce uno spin off universitario

Ecco come l’Ateneo veronese gestisce la costituzione e il rapporto con gli spin off.

Da anni l’Università di Verona, in conformità ai principi generali del proprio Statuto, favorisce lo sviluppo di imprese spin off in forma societaria allo scopo di valorizzare i risultati della ricerca ottenuti nelle strutture universitarie.

Attraverso il Liaison Office (l’ufficio che dirigo) favorisce il contatto con il mondo produttivo al fine di sostenere la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico. In tal modo promuove lo sviluppo dell’imprenditorialità nella comunità accademica e nei giovani laureati.

La forma societaria richiesta per lo spin off è normalmente quella della società a responsabilità limitata o della società per azioni (di queste però al momento non ne sono state costituite a Verona).

Oltre ai professori e ricercatori proponenti, a cui si affiancano normalmente studenti, dottorandi e assegnisti, possono concorrere allo spin off o partecipare alla compagine sociale anche imprese e consorzi di imprese, altri enti di ricerca, società di assicurazione, banche e intermediari finanziari, enti pubblici o parchi scientifici.

L’importante però è che l’idea di business, frutto della ricerca universitaria, sia commercialmente sostenibile e punti a garantire buone prospettive in termini di ricaduta aziendale e produttiva.

Durante la stesura del business plan il Liaison Office supporta i ricercatori allo scopo di una corretta indicazione degli obiettivi della futura azienda e delle caratteristiche del prodotto o servizio che intende immettere sul mercato.

I proponenti, acquisito il parere del Dipartimento in cui insegnano, vengono convocati dalla Commissione Brevetti e Spin off che esamina la proposta di spin off unitamente a un progetto imprenditoriale contenente gli obiettivi, il piano finanziario, le prospettive economiche e il mercato di riferimento.

I componenti la Commissione, affidandosi alla valutazione del Dipartimento in merito al carattere innovativo del progetto e alle qualità tecnologiche e scientifiche del progetto, verificano il ruolo e le mansioni dei professori e dei ricercatori coinvolti e il ruolo degli altri soggetti coinvolti (dottorandi di ricerca, assegnisti e borsisti di ricerca).

In particolare, laddove sono presenti nella compagine sociale soggetti esterni all’Ateneo (imprese private, enti e incubatori) verificano l’effettivo apporto e gli eventuali patti parasociali in essere o in corso di definizione.

Dopo il vaglio della Commissione, il progetto viene approvato dal Senato Accademico e dal Consiglio di Amministrazione di Ateneo e segue così la fase di costituzione d’impresa. In questa fase è importante conoscere gli incentivi pubblici a disposizione e le possibili forme di finanziamento privato.

Nei primi mesi di vita lo Spin off è invitato dal Liaison Office a partecipare a tutte quelle opportunità che possono portare incentivi di vario tipo (giuridici, finanziari, organizzativi) e che accompagnano la nascita di nuove iniziative imprenditoriali.

Normalmente trascorrono uno o due anni prima che si instaurino relazioni forti con i mercati e prenda realmente avvio l’attività manageriale. In queste fasi è indispensabile l’accompagnamento da parte di soggetti esperti dei meccanismi economici che aiutano il ricercatore, ora neo imprenditore, nell’avvio e nella gestione dell’impresa.

Le abilità e le competenze che occorrono

Segue la giusta direzione quello che 50/30 Blog sta facendo per promuovere la cultura d’impresa e la conoscenza delle abilità e competenze che occorrono per aumentare la probabilità di successo quando si prova a fare impresa.
Di mio proverò ad aggiungere gli aspetti che dopo 12 anni di esperienza (sono al Liaison Office dell’Università di Verona dal 2004) ritengo più rilevanti e predittivi di un buon spin off ossia di una impresa capace di stare sul mercato.

Le idee chiuse nei cassetti fanno la muffa

Molti pensano che l’idea sia già un’impresa. Tuttavia avere un’idea non è un elemento sufficiente per costituire un’impresa.

Troppe volte mi è capitato di ascoltare una persona con una bella idea, tenuta fino ad allora ben chiusa nel cassetto. Peccato che avesse aperto il cassetto con me troppo tardi. Esisteva già sul mercato.

Oppure è successo che una persona avesse paura di aprire il cassetto. Nonostante fosse magari il momento giusto per farla conoscere, non si fidava di nessuno (dicendo poco anche a me al punto da non farmi capire di che idea si trattasse). Risultato: l’idea ad oggi è ancora chiusa nel cassetto e non sfruttata.

E in fine che dire di quei tipi che sono pieni di loro stessi e non vogliono farsi aiutare da nessuno? In tutti questi casi gli interlocutori escono dal nostro ufficio e difficilmente ci torneranno.

Testare i presupposti chiave

Qualsiasi sia il mio interlocutore, quando si parla di idea di impresa, comincio a fare una serie di domande. Sono semplici e tutte fatte per capire se questa idea è realizzabile o meno. Mi rendo conto che più vado avanti e più si possono presentare criticità. Ma non è sempre così.

Spesso i ricercatori, timidi all’inizio, cominciano a presentarmi oltre agli aspetti scientifici della loro idea, anche il gruppo di giovani che lavora alla riuscita del progetto.

Più mi parlano, più non capisco di cosa tecnicamente stanno parlando, ma mi faccio un idea se fuori dall’Università c’è un mercato possibile per il loro prodotto.

Più usano termini a me sconosciuti e più mi fanno pensare a quale possa essere il modello di business da adottare. Perché un azienda non è semplicemente un prodotto o un servizio innovativo, ma anche un modello di business per produrre e commercializzare quel prodotto o servizio generando un profitto per l’azienda.

Le classiche domande con cui inizio il colloquio con gli aspiranti imprenditori sono: “Da dove nasce questa idea?” e di seguito “Chi vi ha aiutato a realizzarla?” E ancora: “Avete verificato che non esistesse già qualcosa di simile?” Ed infine “Perché la vostra idea è migliore di altre già note?”.

Normalmente le risposte alle prime due domande non mettono in crisi l’interlocutore o gli interlocutori, addirittura a volte è necessario arginare l’eccesso di dettagli.

Le criticità affiorano quando intuisco che una ricerca più approfondita su altre iniziative simili non è stata fatta.

Allora si comincia a verificare se conoscono il mercato di riferimento o sanno dove si posiziona il prodotto o servizio. Basta qualche minuto e ci si accorge che anche i pochi numeri conosciuti o trovati sono quasi sempre troppo superficiali.

In pratica, nella maggioranza dei casi chi ha avuto l’idea non si è neppure posto il problema di chi siano: i possibili concorrenti, i lungo elenco di soggetti che è necessario coinvolgere, e i potenziali acquirenti. Ma non si sono nemmeno posti il problema di chi realizzerà e commercializzerà il prodotto o servizio che hanno ideato.

È pur vero che una ricercatrice o un ricercatore, che ha studiato per fare ricerca, magari all’Università, non è nata come imprenditrice. Quindi, come io non conosco in modo approfondito la loro disciplina scientifica, così lei o lui non conoscerà le basi dell’organizzare un’impresa.

Idee giuste e idee fuorvianti

Gli studenti, i ricercatori e più in generale i giovani, quando sentono parlare di impresa, pescano nella loro esperienza precedente immagini ed esempi di cosa significhi fare impresa. Se sono fortunati hanno avuto un esposizione magari all’attività imprenditoriale dei loro genitori o di qualche conoscente. Purtroppo alcuni hanno dell’impresa un’idea imprecisa, sfuocata.

Essere guidati da un’idea imprecisa, sfuocata, o peggio “romantica” di cosa significhi fare impresa, può determinare il fallimento quando si muovono i primi passi come imprenditori.

A poco contribuiscono le letture di taglio “astratto” su cosa significhi fare impresa. Mentre possono essere molto utili le testimonianze concrete di chi impresa la fa concretamente, sporcandosi le mani.

Negli anni ho imparato a riconoscere da subito chi ha convissuto con un padre o una madre che ha un’impresa (anche fosse un artigiano o una parrucchiera). Lo si nota perché quando si portano alcuni esempi concreti, oltre ad annuire, i soggetti contribuiscono con altri casi più vicini alla realtà familiare.

Fare impresa è uno sport di squadra

Talvolta chi si presenta al nostro ufficio è solo, altre volte a presentarsi è un gruppo di tre/cinque tra docenti, ricercatori, studenti. Fare impresa è un esperienza emotivamente impegnativa, che richiede diverse competenze e abilità. Per questo di solito è più facile che abbiano successo le squadre di startupper piuttosto che i singoli. Decisamente, fare impresa è uno sport di squadra. Provare a giocarlo da singoli non è impossibile ma riduce di molto la possibilità di vincere la partita e può assorbire tutte le energie della persona.

Coraggio

Fare impresa richiede soprattutto coraggio. Oggi ne vedo ancora poco in giro e i motivi a mio avviso possono essere imputabili a quattro fattori che costituiscono altrettante leve da attivare.

Supporto familiare. Supporto familiare ad essere intraprendenti, che non significa tout court diventare imprenditori. Intraprendente è colui che si interroga su cosa “vuol far da grande”. La domanda però se la deve porre non al termine degli studi universitari, ma già prima di iscriversi.

Già nei primi anni di frequentazione del mondo accademico lo studente deve cominciare ad interrogarsi su chi vuole diventare.

Il consiglio è quello di cercare opportunità che gli consentano di avere un’idea di cosa c’è fuori dal mondo ovattato della famiglia. Non può aspettare che altri gli dicano cosa fare. Deve darsi da fare.

Supporto scolastico. Supporto scolastico a partire già dalla scuola dell’infanzia. Si, proprio dalla scuola dell’infanzia perché è con i “banali” lavoretti manuali (che non serve siano belli) il primo momento in cui i bambini si sperimentano.

Con le loro capacità di coordinamento, con la loro fantasia, con la loro voglia di portare il lavoretto a casa proveranno il primo successo: la soddisfazione di mostrarlo ai genitori. Se ci pensiamo bene questa attività è già legata al mondo dell’intraprendenza.

Attenzione però: intraprendenza non significa imprenditoria, ma consente ai bambini di acquisire delle nozioni basilari di come si creano le cose e a cosa servono. Ovviamente la Scuola Primaria e Secondaria dovrebbe prevedere, in base all’età, percorsi che incoraggino gli alunni a sfruttare le loro potenzialità. In molti istituti già questo avviene, ma dovrebbe essere la regola.

Esistono dei percorsi realizzati da insegnanti in gamba che si avvalgono di genitori imprenditori che li accompagnano nei loro stabilimenti o nei loro uffici e cominciano a far capire l’importanza del lavoro (dipendente o autonomo che sia, non importa).

In questo modo tornati nelle classi, ci sono ampi spazi per ragionare su progetti di classe che vertano sulla realizzazione di qualcosa che metta insieme quanto appreso a lezione e sia dopo spendibile al di fuori della scuola. Questi esercizi servono non solo per aiutare i ragazzi a pensare al mondo del privato, ma ad esempio potrebbero essere utilizzati anche dal pubblico e dal no-profit.

Supporto delle istituzioni. Supporto delle istituzioni non tanto dal punto di vista economico, ma quanto di coinvolgimento degli studenti e ricercatori nelle attività più importanti per la collettività.

Generalmente le  scelte pubbliche sono fatte sulla base di esperienze di alcuni soggetti coinvolti nel processo: politici, amministratori, amministrativi. Ma molto spesso ci si dimentica di interpellare chi realmente usufruisce del servizio. Se invece questo avvenisse più spesso si creerebbe quella massa critica necessaria per spronare (soprattutto gli studenti universitari) a partecipare attivamente alle proposte di miglioramento di servizi che potrebbero essere fatte per tutta la comunità.

Supporto da parte dei media. I giornali rincorrono e usano spesso le notizie negative per vendere più copie. Ma la speranza e le storie di riscatto e di successo “nonostante le avversità” fanno vendere altrettanto bene.

Se al posto di rincorrere le notizie negative i media lasciassero spazio anche a quelle utili e positive, creerebbero un maggior clima di fiducia e ottimismo tali da consentire soprattutto alle giovani generazioni di ragionare in modo più propositivo, attivo e simile al modo di ragionare delle generazioni degli anni post bellici che, dalle difficoltà della guerra, hanno ricavato lo stimolo per costruire il nostro Paese.

— Luca Guarnieri

 

Luca Guarnieri è responsabile del Liaison Office dell’Università degli Studi di Verona.

 

 

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