L'ultimo cliente

Il libero professionista senza più clienti e il piccolo imprenditore senza più un’azienda

By Pietro Caliceti, gennaio 21, 2016

Oltre ai lavoratori di aziende chiuse, ristrutturate, delocalizzate e ai giovani incastrati nella trappola “laureato, qualificato, disoccupato”, l’Italia è popolata anche di disoccupati che non ti aspetti: il libero professionista senza più clienti e il piccolo imprenditore senza più un’azienda.

I lavoratori licenziati, i giovani disoccupati, i professionisti senza più clienti, e persino gli imprenditori senza più un’azienda sono tutti pezzi di un mondo del lavoro che non c’è più per nessuno. In un Paese ingoiato da un sistema bancario che sembra aver perso ogni utilità sociale.

C’è tutto questo nell’affresco del presente in forma di romanzo fatto da Pietro Caliceti, nel libro “L’ultimo cliente”, in uscita oggi, 21 gennaio 2016, per Baldini e Castoldi.

Grazie alla gentilezza dell’editore, siamo in grado di offrire ai lettori di “50/30 Blog” un lungo estratto dal libro. Per fissare come in una fotografia un presente inabitabile mentre cerchiamo di immaginare (e costruire) un’idea di futuro abitabile.

 

L’ultimo cliente
(di Pietro Caliceti)

PARTE PRIMA
Standstill

UNO
28 ottobre 2013

«Non dico che non sia un bel progetto. Anzi: sarà pure un contratto bellissimo, un’occasione unica, per carità, non lo metto in dubbio. Però, vede, signor Galli, lei sa bene che ogni contratto comporta dei rischi. Che il committente non la paghi, che qualcosa s’inceppi in corso d’opera, che lei a sua volta non sia in grado di pagare i fornitori… senza considerare, nel nostro caso, il rischio-Paese.

Ora, lei tutti questi rischi non è in condizione di assumerli; e noi, su questa strada, non siamo in condizione di seguirla. Ecco il punto. Lei a volte dimentica che la nostra unica garanzia sul finanziamento che abbiamo concesso alla Galli Holding è il pegno sul 100% delle azioni della Galli Strade. E dimentica anche, ma direi soprattutto, che siccome la Galli Holding è in default sul finanziamento da un anno e mezzo, è da un anno e mezzo che noi avremmo potuto escutere quel pegno.

Sì, è vero, fino ad oggi non l’abbiamo fatto: ma solo perché sapevamo che, alla scadenza della concessione, la Galli Strade avrebbe percepito un indennizzo sufficiente a rimborsare capitale e interessi del nostro scaduto a tendere; e sino ad allora la situazione appariva ragionevolmente sotto controllo. Ecco perché abbiamo accettato di negoziare con la Holding uno standstill.

Ma il nuovo contratto che lei ha firmato con la Galli Strade mette tutto in crisi.
Non importa quanto quel contratto sia vantaggioso per lei, quanto la farà guadagnare, quante prospettive le potrà aprire. Per noi quel contratto è solo un rischio, il rischio che qualcosa vada storto e che il committente, un fornitore, o chissà chi altro faccia causa alla Galli Strade prima che il nostro finanziamento sia rimborsato, lasciando noi col cerino in mano.

E questo rischio, noi, non siamo disposti a correrlo.

È semplice, signor Galli. Se lei non avesse cambiato le carte in tavola, forse avremmo potuto aspettare ancora. Ma visto che ha firmato quel contratto, non abbiamo altra scelta che escutere. E sono certa che anche il suo avvocato glielo potrà confermare. Vero, avvocato?

Avvocato, ma mi sta ascoltando?»

DUE
Qualche mese prima. 9 aprile 2013 ore 10:00-11:00

«Ma mi aveva promesso a fine mese.»

«E infatti. Sto dicendo fine mese.»

Pugliatti allontanò il cellulare dall’orecchio e riguardò il
nome del cliente. Sentì che le sue dita si stringevano, come intorno a una bambolina vudù. Ancora una volta l’aveva preso per il culo.

«Ma di questo mese, Frattini. Di questo, non del prossimo.»

«Be’, cosa vuole che sia, per un mese.»

«Ma Frattini, il lavoro l’ho finito sei mesi fa, ed era iniziato quasi un anno fa. E in tutto questo periodo non mi avete dato neanche un acconto.»

Pezzi di merda, pensò. Voi a fine mese lo stipendio lo prendete, no? Se chiamate un idraulico, lo pagate, no? Lo pagate sull’unghia, e magari in nero, se no quello non vi esce di casa. E perché non dovete pagare un avvocato? Come credete che viviamo, noi?

All’altro capo, sentì che Frattini sbuffava.

«Senta, Pugliatti, cosa vuole che le dica? I nostri tempi sono questi. Decida lei, se vuole continuare a lavorare per noi. Se non le va più bene, la chiudiamo qui.»

Un attimo di silenzio. Era stato un attimo, o di più?

«D’accordo, Frattini, d’accordo. Se mi garantisce che è il prossimo.»

«No, no, su questo stia tranquillo, Pugliatti. È già in scadenziario. Fine mese prossimo.»

Figlio di puttana, pensò lui. L’avevi detto anche il mese scorso.

«Va bene, Frattini. Mi fido di lei.»

«Bene, Pugliatti, sono contento che ci siamo intesi. Arrivederci.»

Clic.

Pugliatti posò il telefono e si prese la testa fra le mani. Cosa vuole che sia, per un mese. La gente non si rende conto, pensò.

Ormai la sua vita era un continuo equilibrismo tra un mese e l’altro, tra un conto e l’altro. Aveva due conti, uno con il Credito Ambrosiano, per il mutuo, e uno con la Banca dell’Insubria, per il circolante dell’attività di studio e le altre spese familiari. Purché ogni fine mese il primo fosse capiente per la rata del mutuo, e il secondo non andasse mai oltre l’affidamento concessogli, ogni trucco poteva servire.

Era un gioco delle tre carte continuo, in cui la carta che ogni volta magicamente spariva era il fallimento. Rinviare i pagamenti dei fornitori, far finta di non aver ricevuto le fatture, trasferire fondi da un conto all’altro, usare la carta di credito il più possibile, anche per pagare le bollette.

Ogni pagamento con la carta veniva addebitato sul conto il 16 del mese dopo. Se la bolletta di marzo la pagavi con la carta in aprile, sul conto lo vedevi il 16 maggio. Ma attenzione, questo valeva per la VISA. Con l’American Express arrivava prima.

Ormai erano questi calcoli che gli occupavano le giornate. A volte gli pareva di non essere neanche più un avvocato, gli sembrava di essere il direttore finanziario di un’azienda in crisi. Peccato che quell’azienda fosse lui.

Ancora non riusciva a crederci.

Da quando si era messo in proprio, sul finire degli anni Novanta, il suo lavoro aveva sempre continuato a crescere. Poco, ma a crescere. Ogni anno un nuovo cliente, e mai nessun cliente perso. E dopo dieci anni, aveva iniziato a essere tranquillo.

Poi, improvvisamente, verso la fine del 2008, dopo la crisi dei subprime, tutto si era spento. Anzi, non proprio improvvisamente; e questa era stata la cosa più grave.

Se almeno si fosse spento tutto di colpo, cinque anni prima, avrebbe ancora potuto cercare una via di fuga. Magari rientrare in qualche grande studio, forse anche lasciare la libera professione e cercare lavoro in qualche azienda. Ma anche in quel caso, pensò, la vita l’aveva fregato.

Era stata un’agonia lenta, durata cinque anni; una malattia che aveva dato l’illusione di poter guarire, ma che in realtà progrediva inesorabile verso la fine.

E non è che lui avesse mai fatto errori, sul lavoro, o perso la fiducia di qualche cliente: semplicemente, i clienti avevano smesso di chiamarlo.

Il suo cliente più importante, il Credito Ambrosiano, quella banca che lui stesso aveva aiutato a crescere, assistendoli in un’acquisizione dopo l’altra finché erano arrivati a essere la prima banca del Paese e una delle prime cinque d’Europa: anche loro, piano piano, avevano rallentato il flusso dei mandati fino a farlo cessare del tutto.

Per una sorta di perversa ironia, tra loro i ruoli si erano ribaltati: ora era lui a dar lavoro – e soldi – alla banca, con quel mutuo che lo perseguitava ogni mese.

Quante volte si era chiesto perché l’avesse contratto, quel mutuo. Ma in realtà non riusciva a sentirsi in colpa. Era quello che avevano fatto sempre tutti, suo padre, e il padre di suo padre, e il padre di suo padre di suo padre: costruire. Impegnarsi per costruire.

E la rata era più che sostenibile, all’inizio: molto più di quella che era stata per suo padre la propria. D’altronde, pensava anche, quando la banca mi ha fatto il prestito, sapeva anche quanto mi dava da lavorare.
E come pensa che possa continuare a rimborsarlo, se non mi dà più lavoro?

Sta di fatto che, nel giro di cinque anni, i suoi ricavi erano diventati un decimo di quelli di prima. E a quel punto, tutte le vie di fuga erano bruciate. I grandi studi non ti guardavano neanche, se non portavi fatturato; e l’unico pensiero delle aziende era licenziare, certo non assumere; tantomeno assumere uno di quarantacinque anni.

E i pochi clienti che ancora davano qualche lavoro sembravano sentire l’odore del sangue. Se non accettavi di essere pagato un decimo di quello che cinque anni prima era ritenuto normale, non ti guardavano neanche; e anche quando avevi accettato un decimo, per farti pagare dovevi aspettare mesi, inseguirli, sollecitare, supplicare.

Solo gli studi che nel tempo avevano accumulato ricchezze enormi potevano permettersi di stare al gioco. Per loro, poteva anche valerne la pena: tiravano la cinghia per una decina d’anni, e intanto tutti i loro concorrenti morivano, come contadini in miseria falciati da una carestia. Alla fine, i sopravvissuti sarebbero stati i padroni del mercato.

Ma questo, ovviamente, potevano farlo solo gli studi grandi, e anzi solo i più grandi tra i grandi, magari tenendo la posizione a furia di tangenti, come si sentiva dire in giro.

Non potevano certo permetterselo gli studi piccoli, e men che meno poteva permetterselo Pugliatti, che era venuto su dal nulla, senza alcun patrimonio familiare alle spalle.

Piano piano aveva ridotto lo studio: rinunciato prima a un collaboratore, poi al secondo, e infine alla segretaria. Ma ormai si stava avvicinando al punto in cui non ci sarebbe stato più niente da tagliare.

Da più di tre anni, i risparmi che era riuscito a mettere da parte erano spariti, inghiottiti dal crollo del fatturato e dal mutuo, puntuale come la morte ogni mese. Ormai sopravviveva solo grazie all’affidamento dell’Insubria; ma le poche parcelle che aveva ancora da incassare potevano farlo restare entro i limiti del fido solo per altri quattro/cinque mesi, al massimo sei. Sempreché fossero pagate.

Quel mese, ad esempio, due clienti gli avevano garantito che avrebbero saldato le loro parcelle, entrambe riferite a lavori vecchissimi; e ora quello stronzo di Frattini gli aveva tirato il pacco. Se anche l’altro non pagava, non ci sarebbero stati più soldi per il mutuo, per vestirsi, per mangiare, per niente.

Un rumore alla porta lo distolse da quei pensieri. Si girò: sulla porta c’era Zerioli, l’ultimo collaboratore che gli era rimasto.

Pugliatti lo guardò e trovò la forza per sorridergli.

Era affezionato a quel ragazzo. L’aveva preso con sé quando si era appena laureato. Non ricordava neanche se fosse stato Zerioli a cercare lui o il contrario, fatto sta che fin dal primo colloquio gli aveva ispirato simpatia.

Forse perché era diverso da tutti i neolaureati fighetti che giravano per colloqui nei grandi studi a Milano. Tutti magrini, ben pettinati, sempre attenti a non sbilanciarsi, tutti con il massimo dei voti, sembravano già piccoli presidenti in miniatura.

Zerioli al confronto si era presentato come un elefante in una cristalleria.

Corpulento, arruffato, con la cravatta un po’ storta. Si vedeva che non era di Milano. Anche i suoi amici: Pugliatti ne aveva conosciuto qualcuno, era gente con cui nessuno di Milano si sarebbe fatto vedere in giro. E non aveva un gran voto di laurea, né gran voti negli esami.

Ma fin dal primo momento Pugliatti aveva percepito in lui un’intelligenza viva, concreta, l’intelligenza di chi è stato abituato fin da bambino a trattare i numeri come parte importante della vita.

Veniva da un paesino in provincia di Piacenza. Suo padre faceva il salumaio, e per tutta l’infanzia Zerioli, non appena tornato da scuola e liquidati in fretta i compiti, aveva dato una mano in bottega, alla cassa.

Conti veloci, concreti, fatti su un foglietto con la marca di un prosciutto e guardando la gente in faccia, per vedere se cercava di imbrogliare.

Un’infinità di volte Pugliatti aveva riflettuto su quanto diverse erano state le loro vite, lui colle sue giornate a tavolino, coi suoi conti in ordine sui fogli a quadretti: astratti, perfetti, inutili. Spesso lo aveva invidiato.

Fin da quando aveva cinque anni, non appena chiusa bottega Zerioli scappava a tirare calci all’oratorio – c’erano ancora gli oratori, dove abitava lui.

Pugliatti, la prima partita a pallone l’aveva fatta in prima media; e aveva sempre sentito di essersi perso qualcosa. Ora il pallone, i numeri, le lunghe giornate di studio, ogni differenza sfumava, ogni cosa diventava indistinta e spariva in quel buco che li stava inghiottendo tutti, come quando si lavano i piatti e si tira su il tappo del lavandino.

«Ciao, Francesco, cosa c’è?» gli chiese.

«Ciao, Luca, niente, c’è tua moglie sul fisso.»

Strano che non mi chiami sul cellulare, pensò Pugliatti.

Diede un’occhiata all’iPhone posato sul tavolo e si accorse che dopo la conversazione con Frattini per qualche motivo era rimasto bloccato. Questi aggeggi, pensò.

«Grazie, Fra», disse. «Passamela qua.»

«Ok, Luca. A dopo.»

Zerioli richiuse la porta e dopo un attimo squillò il telefono fisso.

«Ciao, Emma, cosa c’è?»

«Luca, scusa, ho provato a fare un prelievo al bancomat e me l’ha rifiutato.»

«Boh, sarà stata la macchina. Hai provato a un’altra?» «Sì, Luca, ho provato anche a un’altra.»

«Non so, dammi la tessera che provo a vedere in banca. Cosa dovevi fare?»

«Niente, dovevo solo andare al super. In frigo non c’è più niente.»

«Va be’, dai, ti accompagno io, così paghiamo con la carta. Mi passi a prendere in studio?»

«Ok, Luca. Fra un quarto d’ora sono là.»

Pugliatti posò la cornetta e restò immobile.

Cazzo, pensò. Cazzo. Eppure dovevano esserci ancora un po’ di soldi, sul conto.

Aprì internet, andò sull’homebanking della Banca dell’Insubria, ed entrò nel suo account.

Oltre il fido. Di poco, ma oltre il fido.

Porca puttana, pensò. Ma come cazzo è possibile? Avevo calcolato tutto, dovevamo starci ancora dentro di qualche migliaio.

Controllò i movimenti dell’ultimo mese. C’era un addebito pesante il 31 marzo, che non gli risultava. E che cazzo è questa roba? pensò.

Entrò nel dettaglio dell’estratto conto. Interessi.

Cazzo, ripeté tra se. Sapeva che il fido costava qualcosa, ma così tanto non se lo aspettava. L’affidamento era di centotrentamila euro, e gli interessi di quasi quattromila. Solo per un trimestre. Gli sembrava una cifra enorme.

Ci dev’essere qualche errore, pensò. Continuò a rovistare nel portale di homebanking, voleva vedere che tasso gli avevano applicato.

Finalmente lo trovò. Il 16,50%.

Ah, si disse, quasi sollevato. Vi ho beccato in castagna. Senza che me ne accorgessi, mi avete applicato un tasso usurario. E chissà da quando va avanti. Adesso vi pianto una grana, e mi riprendo tutti gli interessi degli ultimi anni.

In base a una legge del 1996, infatti, se in un qualsiasi prestito sono applicati interessi a un tasso eccedente quello che il ministero del Tesoro ha stabilito essere in quel periodo il limite dell’usura, gli interessi sono nulli in toto (non, cioè, solo per la parte eccedente la soglia), e chi li ha percepiti deve restituirli tutti.

Dal sito della banca saltò a quello del ministero del Tesoro, voleva controllare di quanto avessero sforato il tasso antiusura. Dunque, vediamo, si disse, terzo trimestre 2012, quarto trimestre 2012. Ecco. Primo trimestre 2013. Ora vediamo. Ora vi becco.

Cliccò sul decreto e restò a bocca aperta. La soglia dell’usura era fissata al 16,675%.

Non può essere, si disse. Ma come, se l’Euribor continua a scendere?

L’Euribor è il tasso dei prestiti interbancari, il tasso, cioè, al quale le banche si prestano i soldi l’un l’altra. Ci sono vari indici di Euribor, da un mese a un anno, a seconda di quanto tempo deve durare il prestito. In pratica, indica che interesse paga una banca, quando è lei che deve fare un mutuo.

Voglio proprio vedere, si disse Pugliatti. Rientrò su Google e digitò Euribor.

Dopo un secondo, erano tutti là.

Euribor a un mese: 0,1%. Euribor a tre mesi: 0,2%. Euri- bor a sei mesi: 0,3%. Euribor a un anno: 0,5%.

Non ci poteva credere.

Voleva dire che una banca, ai suoi clienti, poteva far pagare il denaro – ad esempio, per un prestito a un mese – anche più di centosessanta volte quello che il denaro costava a lei, senza che questo fosse considerato usura.

Pugliatti restò lì, con lo sguardo fisso sullo schermo, con la vaga sensazione di essere finito lì per sbaglio, di più: che tutto fosse un immenso sbaglio.

Ebbe come un senso di nausea. Che cos’era, quella roba? si chiese. Era la legalizzazione di un qualcosa d’immorale, di un qualcosa d’immondo, non sapeva neanche bene lui come definirlo. Usura? No, non era solo usura. Estorsione? Sì, ma non era neanche solo quello.

La verità è che una parola adatta non c’era.

TRE
9 aprile 2013. Ore 11:30-12:00

«Ma che cosa ci sta succedendo, a tutti quanti?» pensò Pugliatti mentre spingeva il carrello della spesa.

Era tanto che non accompagnava Emma al supermercato. Le poche volte che c’era andato, avevano finito sempre per discutere. Si perdevano tra le corsie, sceglievano cose diverse, soprattutto poi c’era un problema di volumi. Lui ogni volta che arrivavano alla cassa era atterrito al vedere la quantità di roba nel carrello, e ogni volta lei gli rinfacciava di non essersi ancora reso conto di quanto ci vuole per mandare avanti una famiglia.

Ma quella volta, tutto era diverso da come se lo ricordava.

Si ricordava del traffico nelle corsie, di carrelli che si incastravano, di come lui stesso si divertiva a far le manovre, a far girare quelle ruotine come un go-kart.

Ora le corsie erano semivuote, i pochi carrelli erano distanti come barche all’orizzonte, nessun rischio di collisione, nessun incrocio di sguardi nelle manovre.

Si ricordava che, ogni volta che aveva accompagnato Emma, per le corsie c’erano quasi solo mamme con bambini e qualche filippino. Ora i filippini erano spariti, e i bambini erano stati sostituiti dai padri.

Mentre andavano lì in macchina, avrebbe scommesso che sarebbe stato l’unico uomo, e invece…

Guardò l’orologio. Erano le undici e mezza. Ma che lavoro faceva, quella gente? Lui, d’accordo, era un libero professionista, aveva uno studio suo, e se voleva uscire, usciva; almeno quello, grazie a Dio, gli era rimasto. Ma gli altri?

Si ricordava che in ogni corsia c’era sempre almeno un commesso che riempiva gli scaffali, in continuazione, per colmare i vuoti lasciati dagli acquisti; ma era un lavoro omogeneo, tutto se ne andava e tutto si rimetteva. Ora le corsie si stendevano davanti a lui come due enormi braccia a cui avessero asportato dei nei con il laser: solo qualche piccolo buco qua e là, circoscritto, preciso, chirurgico; e tutt’intorno il tessuto intatto, gli scaffali pieni.

Si avvicinò a uno di quei buchi. Dove una volta c’era qualcosa, era rimasto solo un cartello blu con una scritta bianca. Diceva: PREZZO ANTICRISI.

Neanche più SCONTO, pensò. La crisi aveva cambiato anche il loro vocabolario.

Finirono in fretta il loro giro. Camminavano l’uno di fianco all’altra, spingendo il carrello in silenzio. Anche gli altri pochi clienti erano in silenzio, si sentiva solo un’improbabile musica di sottofondo.

Arrivati alle casse, le trovarono tutte intasate di persone in fila. Ah, pensò Pugliatti, ecco dov’era la gente. Si vede che noi siamo arrivati a un’ora morta, tra un’ondata e l’altra.

Pazientemente si misero in coda anche loro. A un tratto Emma si ricordò di aver dimenticato qualcosa e lo lasciò lì a tenere il posto.

Mentre aspettava che tornasse, Pugliatti capì di essersi sbagliato: la coda si era creata non perché prima c’era stata più gente, ma solo perché il lavoro alle casse procedeva lentissimo. Boh, pensò, ci sarà qualche problema ai terminali.

Quando fu in vista della sua cassa, capì di essersi sbagliato ancora. I terminali sembravano funzionare perfettamente; era solo che quasi ogni cliente pagava con qualcosa che imponeva al cassiere di riempire dei moduli strani, rendendo il tutto molto più lento. Non era denaro, non erano carte di credito, era qualcosa di piccolo ma Pugliatti non aveva visto bene. Provò a chiedere all’uomo davanti a lui.

«Scusi, ma che cosa gli ha dato quella là?»

L’altro si girò e lo guardò come se fosse scemo.

«Il ticket, no?»

«Scusi, cosa?»

«Il ticket, il buono pasto, no?»

«Ah, sì, certo», fece Pugliatti imbarazzato. «Mi scusi. Inizio a non vederci più bene neanche da lontano.»

«A chi lo dice.»

Quando arrivò il loro turno, mentre Pugliatti stava già disponendo gli acquisti sul nastro trasportatore, tornò Emma e dal fondo della fila gli allungò una scatola di detersivo.

«Paga anche lei coi ticket?» gli chiese il cassiere senza alzare lo sguardo dal nastro.

Sì, magari, pensò Pugliatti. Non sarebbe una cattiva idea. Solo che dovrei darmi i ticket da solo. Fiscalmente non sarebbe molto credibile.

«No», rispose cercando di non guardare Emma. «Pago con la carta.»

QUATTRO
10 aprile 2013

Saranno state le tre. Almeno due ore da quando era andato a letto, e Pugliatti era ancora lì, con gli occhi spalancati al buio.

Sta succedendo ancora, pensò. Una volta dormivo sempre come un sasso, qualsiasi cosa fosse successa. Adesso quasi ogni notte è così.

Dietro la schiena percepiva la presenza di Emma. Anche lei troppo immobile, troppo silenziosa. Dio, supplicò, fa’ che stia dormendo almeno lei.

Aveva paura di muoversi, aveva paura di respirare. Qualsiasi cosa pur di non svegliarla.

Povero amore mio, pensò. Lo so che lo senti anche tu, il baratro. Hai paura di chiedermelo, io ho paura di dirtelo, ma lo so che lo senti, che è lì. L’unica cosa che non sai è quanto è vicino; e quanto è profondo. Ma le bambine – loro neanche se lo immaginano. Non sanno che stanno per perdere tutto, che non so neanche dove potremo andare ad abitare. E io vedo quel momento che si avvicina, che arriva, ogni giorno che passa si avvicina di più. A volte mi sembra impossibile che stia succedendo davvero. Vorrei svegliarmi e capire che è un sogno.

Ogni notte si chiedeva se era stata colpa sua.

Ma poi, alla fine, qual era stata la sua colpa? Solo quella di voler costruire qualcosa. Era un male, questo? Non era quello che ogni uomo dovrebbe cercare di fare? Non era quello che gli avevano insegnato a cercare di fare? Non era quello che avevano cercato di fare tutti?

Tutti questi grandi avvocati, i capi di questi grandi studi, non avevano iniziato anche loro così? Negli anni Cinquanta, Sessanta, mettendosi in proprio da giovani, e costruendo, piano piano, un mattoncino alla volta, un cliente alla volta. E a poco più della sua età sedevano già a capo di enormi macchine da guerra, che gli fruttavano decine di milioni all’anno senza che loro facessero più niente.

Lui non aveva mai aspirato a tanto, non gli era mai interessato avere l’elicottero, o la barca, o la tenuta in Toscana. Semplicemente, aveva sperato in una vita tranquilla. Perché non gli era stata concessa?

Perché non doveva avere anche solo una frazione di quella tranquillità che gli avvocati avevano sempre avuto? Perché aveva dovuto veder disfarsi, pezzo per pezzo, tutto quello che si era illuso di aver raggiunto? Quanta gente meno brava di lui, meno onesta di lui, ora navigava nell’oro mentre lui era costretto a calcolare i giorni di valuta?

Ma forse, rifletté, non era solo il fatto di essere avvocato. Erano messi tutti così, quantomeno quelli della sua età. Erano stati una generazione sfigata, punto.

Aveva ancora ben nitido davanti agli occhi il quadro di quel giorno, al supermercato. Quanta gente come lui, tra i quaranta e i cinquanta, ridotti a non aver niente da fare alle undici e mezza, ridotti ad attaccarsi alla moglie come degli spettri muti, ridotti a saltare il pasto e a pagare la spesa con i ticket pur di far mangiare la famiglia.

Ogni volta che ci pensava, si sentiva montare dentro una rabbia feroce verso le generazioni che li avevano preceduti.

Se siamo arrivati a questo punto, pensava, è solo perché voi avete fatto carne di porco di tutto quello che c’era. Avete evaso quello che avete voluto, avete fottuto tutto quello che avete voluto, vi siete arricchiti quanto avete voluto.

Sapevate che un giorno qualcun altro ne avrebbe pagato il prezzo, ma ve ne siete fregati. E ora ci ponete anche il problema di chi paga le vostre pensioni. Bastardi. Siete voi che dovreste pagare la pensione a noi.

CINQUE
11 aprile 2013

«Guarda che ti capisco, Luca.»

E così era arrivato anche a questo, a tagliare anche l’ultimo ramo, in qualche modo l’ultimo legame con il mondo.

Pugliatti guardò Zerioli, seduto all’altro lato del tavolo. «Credimi, Francesco», disse, «non avrei mai voluto dirtelo. Se potessi, Dio solo sa se ti terrei. Se solo immaginassi un futuro, Dio solo sa se ti terrei. Ma è proprio che non vedo più nessun futuro. E anche se non fossi costretto a mandarti via, tenerti qui con me sarebbe una presa in giro.»

Pugliatti gli versò un altro po’ di vino rosso e ne versò anche per sé.

Rimasero in silenzio per qualche minuto, poi Zerioli levò il bicchiere a toccare il suo.

«Ti dico che ti capisco, Luca. Non fartene una colpa. Lo vedo, sai, come vanno le cose. Sapevo che era solo questione di tempo.»

Bevve un sorso, poi proseguì.

«A dire il vero, questi ultimi tempi hanno dato molto da pensare anche a me. E sinceramente anch’io non ci vedo un gran futuro, nella professione di avvocato.

Forse gli ultimi che hanno preso il treno giusto sono stati quelli della generazione prima della tua, quelli nati tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta. Voi della generazione successiva siete riusciti a saltare sugli ultimi vagoni; ma per noi, che futuro ci può essere? Quel treno non passa più.

La crisi magari un giorno finirà, può darsi, mica lo escludo, ma ormai qualcosa si è rotto e nulla tornerà come prima.

I grossi clienti daranno sempre meno lavoro fuori, faranno quasi tutto in casa. E su quel poco che daranno all’esterno le parcelle non saranno mai più quelle di una volta.

Ormai pensano che il nostro lavoro non abbia nessun valore, a loro serve solo per pararsi il culo; e quindi lo pagheranno sempre meno. Essere bravi e competenti non servirà più a niente, non farà più la differenza, perché tanto la paga sarà
quella. Fine delle trasmissioni.

Poi, cosa succederà molto più in là non lo so, può anche darsi che fra dieci anni si accorgeranno che di aver combinato dei casini, lavorando in quel modo, e può anche essere che ci saranno tanti di quei casini da mettere a posto che arriverà anche una ripresa per gli avvocati, e che la qualità del lavoro tornerà a fare la differenza.

Ma per i prossimi dieci anni, sinceramente, la vedo grigia. E allora mi domando: ne vale la pena?

Per non avere nessuna sicurezza? Per non avere nessuna protezione? Se sei in proprio, nessuno ti garantisce che avrai da lavorare, se lavori in uno studio ti possono lasciare a casa dall’oggi al domani senza darti un euro di liquidazione, se ti ammali sono cazzi tuoi, se muori sono cazzi della tua famiglia, la pensione è ridicola e fra un po’ sparirà anche quella…

E se per caso ti entra del lavoro, magari pure mal pagato, allora non devi avere orari, devi esser pronto a lavorare di notte, di sabato, di domenica, in ogni festa comandata. Ma è vita?

Forse, fino a quando si guadagnava bene, ne poteva anche valere la pena. Ma adesso, sinceramente, non mi sembra proprio. E anche se fra dieci anni dovesse esserci una ripresa… Be’, io quest’anno ne faccio trenta, fra dieci anni ne avrò quaranta, anche se l’economia tornerà a girare non verranno certo a cercare me.

È andata così, l’abbiamo presa nel culo. Tanto vale farsene una ragione. Almeno, io sono arrivato a questa conclusione. Non me ne frega niente di continuare a battere una strada che non porta da nessuna parte solo per potermi fregiare del titolo di avvocato. Mollo tutto. Torno a lavorare con mio padre, e chi s’è visto s’è visto.»

Era stata una tirata lunga, chissà da quanto tempo ci stava pensando.

Pugliatti lo guardò. Aveva gli occhi lucidi.

«Cosa vuoi che ti dica, Francesco. L’hai detta giusta: l’abbiamo presa nel culo. Ma del resto, non solo noi avvocati. L’altro ieri ero al supermarket con mia moglie, tu non hai idea di cosa ho visto.

Non era neanche mezzogiorno ed era pieno di uomini della mia età, che evidentemente non avevano niente da fare, lì ad accompagnare le mogli con lo sguardo perso, piegati in due, tutti a pagare con i ticket, tutti senza soldi, tutti devastati.

È stata tutta la nostra generazione, che l’ha presa nel culo. Poi, sul fatto degli avvocati, la penso esattamente come te: non tornerà mai più come prima. Tu che sei ancora giovane, che sei ancora in tempo, che hai un’alternativa, escine al più presto. Veloce, Francesco, dai retta a me.»

Zerioli lo guardò negli occhi, evidentemente confortato dal suo appoggio.

«Già, i ticket», mormorò poi con uno strano sorriso, come se stesse pensando a qualcosa. «Ormai ci pagano veramente tutto. Te lo ricordi quel mio amico, Denis?»

«Denis?» chiese Pugliatti mentre nella mente gli tornava l’immagine di una specie di caricatura di Scarface, che un giorno si era presentato in studio a chiedere di Zerioli. «Quello che va con le puttane?»

«Be’, insomma, non fa solo quello», lo difese Zerioli.

«Non ne dubito», cercò di troncare Pugliatti. «Cosa ha fatto Denis?»

«No, niente, mi diceva che una volta era da una di – di queste sue amiche. E questa gli ha detto che il cliente prima di lui aveva cercato di pagare anche quello coi ticket.»

«Cazzo, questa non l’avrei mai pensata», rise Pugliatti. «E lei che ha detto?»

«Ha detto che è vero che doveva mangiare anche lei, ma le sembrava un po’ eccessivo.»

«In effetti», concordò Pugliatti.

«Senti, a proposito di puttane», continuò Zerioli. «Te la ricordi quella volta del puttanone?»

«E me lo domandi?» esclamò Pugliatti. «Quella me la ricorderò tutta la vita.»

«Veramente. Io ero con te da poco, e mi dicevo: “Ma dove sono capitato?” Non riuscivo a crederci, sembrava un film.»

«Che ora sarà stata?»

«Mah, forse le due di notte, anche più tardi. Eravamo in quella stanza da mezzogiorno. C’era casino dappertutto, i resti dei panini del pranzo, i cartoni delle pizze della cena, bicchieri ovunque, fogli dappertutto, la lavagna piena di schemi…

Poi all’epoca si fumava ancora, c’era una puzza da strizzare i vestiti… E poi, improvvisamente, dopo un’ora che vi eravate incartati su un’ultima clausola, tu e il loro avvocato trovate un accordo. Il deal era chiuso.

E a quel punto i clienti esplodono, non li tiene più nessuno… E ancora più di loro… non mi ricordo come si chiamava, il capo di quella banca d’affari…»

«Perassi», gli suggerì Pugliatti. «Sfido io, quello si metteva in tasca una commissione da paura.»

«Sì, certo, sarà stato per quel motivo. Comunque, la cosa impressionante è che nel giro di cinque secondi salta fuori una bottiglia di whisky che non si sa dove era stata nascosta fino a quel momento, e tutti a brindare al deal e a bere whisky a canna, tutti che saltavano, che si abbracciavano… Poi spuntano dei sigari, anche quelli chissà dove erano, e tutti a fumare sigari e a darsi pacche sulle spalle…»

«E poi salta su Perassi e inizia a dire che per festeggiare come si deve bisogna chiamare un puttanone! E tutti in coro a invocare: “Sì sì, il puttanone, il puttanone!”… E io e te e il loro avvocato che ci guardavamo senza dire una paro- la pisciandoci addosso dal ridere…»

«E poi, mentre stavano cercando i numeri di qualche puttanone, uno dei clienti si è reso conto che su un punto fondamentale del deal non si erano capiti, e che rischiava di esserci una differenza di valore di qualche milione… E a quel punto si sono rimessi a litigare e a negoziare di brutto, solo che erano tutti già mezzi ubriachi e nessuno capiva più niente… Cazzo, che notte. Ancora non so come abbiamo fatto a chiuderla.»

Pugliatti scosse la testa con il sorriso sulle labbra: «L’abbiamo chiusa alle sei, non mi ricordo come, ci siamo inventati qualcosa. So che alla fine eravamo degli zombie. Però tutta la faccenda era stata talmente ridicola che quasi la stanchezza non si sentiva, sembrava di essere andati al cinema».

«Vero. Ecco, quelli sono stati bei momenti. Ma non solo perché in fondo a volte ci si divertiva… Per me, che ero solo agli inizi, il bello era vedere tutta la situazione nel suo complesso: come i negoziati si potevano ribaltare in un attimo, come tu e l’altro avvocato avete gestito i clienti impazziti, come vi siete inventati lì per lì, alle sei del mattino, una soluzione tecnicamente complicatissima – io me la ricordo ancora – ma che magicamente metteva tutti d’accordo. Dovevi coglierla nell’insieme, la bellezza. Ed era tutto l’insieme che ti faceva pensare che questo, alla fine, era un bel lavoro.»

«Sì, era un bel lavoro», ammise Pugliatti.

«Be’, pare che non lo sia più.»

«No, pare proprio di no».

Pugliatti si guardò intorno. Nel ristorante erano rimasti solo loro. I camerieri stavano già iniziando a sparecchiare e a spegnere le luci.

«Ci tocca uscire.»

«Già. Così, ora, resti da solo?» gli chiese Zerioli.

«Da solo, sì. Ma sinceramente non so quanto durerà. O mi invento qualcosa, o mi sa che finisce male.»

«Be’, se hai bisogno di una mano, se ti serve una visura, un deposito, fammi sapere, te lo faccio volentieri. Sarà un po’ come tornare ai vecchi tempi.»

«Grazie, Francesco. Lo terrò presente.»

Questa volta fu Pugliatti ad alzare il bicchiere per un brindisi.

«Al puttanone, Francesco. E in bocca al lupo.» «Al puttanone. E in bocca al lupo anche a te.»

SEI
12 aprile 2013

Pugliatti guardò il campanello, quel bel campanello in ottone sotto la targa con il suo nome. Quanto tempo ci avevano messo, lui ed Emma, per sceglierlo. Qualcosa di elegante, ma non di altezzoso. Che fosse serio, ma allo stesso tempo rassicurante.

Avevano girato tutti i ferramenta di Milano, poi l’avevano trovato da Guez, un negozio defilato dal centro che teneva cose particolari. Lui ed Emma: in motorino, felici, quando davanti a loro c’erano solo promesse.

Ora anche il campanello era lì, muto, inutile come tutto. Dall’altra parte non c’era più nessuno che venisse ad aprire. Cercò di non pensarci. Infilò la chiave nella toppa ed entrò. All’interno c’era un buio pesto.

Prima di uscire per l’ultima volta, Francesco aveva tirato giù tutte le tapparelle, come lui si era raccomandato di fare ogni sera, anni prima.

Allungò la mano verso l’interruttore e accese la luce. Davanti a lui apparve una grande stanza vuota, con una vuota scrivania in mezzo.

Quello era stato il posto di Barbara, la segretaria che era stata con lui fin dall’inizio. Per anni, ogni mattina era stata lei ad aprirgli la porta con un sorriso. Per anni, fin quando tutto aveva iniziato ad andare in malora.

Chissà dove sarà ora, si chiese.

Fece due passi verso la finestra sulla sua destra, e il silenzio fu rotto da una specie di gemito. Aveva sempre scricchiolato così tanto, quel parquet?

Prese in mano la fettuccia della tapparella e iniziò a tirarla su. A ogni strattone, la serranda rispondeva con un altro gemito, come se le facesse male.

Ripeté l’operazione in tutto lo studio. Dovunque c’erano solo gemiti, gemiti e silenzio.

Sentiva qualcosa allo stomaco, come se qualcuno lo stringesse.

Si sedette al tavolo.

E adesso? si chiese.

La scrivania era sgombra, lucida, vuota come un gorgo.

Le uniche cose rimastevi erano la foto di Emma, là nell’angolo, il computer, e quel portacarte di legno che lui si portava dietro da chissà quanto.

Diede una scossa alla testa, come per svegliarsi. Va bene, si disse, diamoci da fare. Sono già partito da zero una volta, posso farlo ancora.

Allungò la mano verso il portacarte e prese un foglietto e una biro. Piano piano, cercò di ricordare tutti i clienti che aveva seguito negli ultimi cinque anni.

Dunque, vediamo, pensò.

C’era stato quello delle costruzioni, Ravanelli. Stava già appuntandosi il nome sul foglio, quando si interruppe. Gli era tornata in mente la mail che aveva ricevuto dal Tribunale di Padova, Ravanelli era fallito sei mesi prima.

C’era stata Diamond Pictures, la società cinematografica. No, anche quella fallita.

C’era quell’azienda farmaceutica, quella andava benino. Sì, quelli poteva sentirli. Ah, no, cazzo, quelli erano stati comprati da un fondo americano, e gli americani avevano i loro avvocati, il solito network mondiale. Era un cliente perduto: tutto il lavoro che aveva fatto, tutti gli sforzi che ci aveva profuso per guadagnarsi la loro fiducia, erano stati spazzati via.

Che altro? pensò.

Frattini; sì, ma con Frattini ci ho appena parlato, pensò: è già tanto se mi paga la parcella che ha fuori, certo ora come ora non mi dà lavoro nuovo. Poi?

Vincenzi, quello della gomma. Ma Vincenzi era l’altro che aveva fuori la parcella, per lui valeva lo stesso discorso di Frattini. Anzi, pensò, devo chiamare anche lui: se ho sforato il fido vuol dire che neanche lui ha pagato.

Bertaroli, quello delle componenti auto? No, quello aveva fatto proposta di concordato. Stesso discorso per Fracassi, quello del vetro, e per Aicardi, quello delle piastrelle.

Loro non erano ancora in concordato ma avevano entrambi fatto uno dei nuovi accordi previsti dalla legge fallimentare, Fracassi un 67 e Aicardi un 182-bis.

Anche se lo strumento era diverso, il risultato era uguale per tutti: nessuno di loro poteva decidere più niente, ormai le decisioni le prendevano le banche.

Posò la penna sconsolato. Il quadro era di una chiarezza disarmante. I suoi clienti, o erano stati comprati da qualche straniero, o non pagavano, o erano falliti, o erano comunque in mano alle banche, dentro una delle tante procedure che la legge fallimentare si era inventata negli ultimi tempi.

Altrettanto chiara era l’unica strategia possibile. Se le banche erano le uniche sopravvissute, il lavoro poteva venire solo da loro. E «banche», per Pugliatti, voleva dire una cosa sola: Credito Ambrosiano. L’unica salvezza passava da lì.

Cercò di fare mente locale. Quand’era stato l’ultimo mandato che gli avevano assegnato? Sarà stato almeno tre anni prima.

Si ricordava bene quella pratica, la sua felicità quando l’avevano chiamato, la speranza che le cose si stessero rimettendo in moto. Era una pratica bella, complessa, un’operazione importante.

Si ricordava anche bene, però, come ci era rimasto quando gli avevano dettato le condizioni.

Questo è quello che abbiamo a budget, aveva detto il funzionario, non un euro di più.

Ma scusi, aveva implorato Pugliatti, ma si rende conto del lavoro? Due anni fa, per una cosa del genere, mi avevate pagato cinque volte tanto.

Non so cosa dirle, Pugliatti, aveva risposto l’altro. Ora c’è la crisi, le cose stanno così.

Pugliatti si ricordava ancora cosa aveva pensato, in un lampo, quando aveva sentito questa frase. Che certamente il Credito, come qualsiasi banca, non aveva mai fatto beneficienza: e che quindi, se tre anni prima aveva pagato quella cifra, voleva dire che la cifra di prima era giusta – e che quella di adesso era sbagliata. E che in realtà, dalla crisi, erano state proprio le banche le uniche a essere protette, in tutto il mondo, e a spese della gente, quando erano state proprio loro a causarla, la crisi.

Ma ovviamente non si era messo a discutere. Aveva accettato il mandato, sperando che ne avrebbe portati altri. Ma di altri non ne erano più venuti.

Ora era il momento di riprovarci, non aveva altra scelta che riprovarci. E se voleva sperare di cavarne qualcosa doveva cercare di saltare i piani bassi, quelli di quel funzionario che l’aveva trattato così.

Doveva puntare in alto, verso chi poteva decidere. E ai piani alti lui conosceva qualcuno; anzi, conosceva chi era più in alto di tutti: Giorgio Lombardi, l’amministratore delegato.

Lombardi, Pugliatti lo conosceva veramente bene, molto più di qualsiasi altro suo cliente. Lo avrebbe quasi definito amico, ma non usava volentieri quella parola, era una parola importante. Sta di fatto che, insieme avevano fatto davvero tante cose.

In tutte le più grandi acquisizioni del Credito Ambrosiano si erano ritrovati al tavolo del negoziato, fianco a fianco, Lombardi allora a capo del dipartimento di Mergers & Acquisitions, Pugliatti come legale esterno.

E insieme avevano gestito anche tanti momenti difficili, come quella volta che il consiglio di amministrazione, in prima battuta, non aveva approvato una dismissione che invece andava fatta a tutti i costi; e mentre la Consob aveva sospeso il titolo, e tutti i mercati e la stessa Banca d’Italia tenevano il fiato sul collo dell’istituto, erano stati loro due, all’epoca poco più che trentenni, a tornare nella sala consiliare e a convincere i consiglieri, alcuni degli uomini più potenti e famosi d’Italia.

Da quando Lombardi era diventato amministratore delegato, avevano gradualmente perso contatto; ma per Pugliatti quel passato aveva ancora un peso, e confidava che anche per l’altro le cose stessero così.

Aprì il computer e iniziò a scrivergli un’email, evocando velocemente i vecchi tempi e chiedendogli un incontro. La rilesse più e più volte, rifinendola e limandola fin quando non fu soddisfatto, poi premette il tasto Invio, indirizzan- dola alla sua segretaria. Nelle loro ultime comunicazioni, Lombardi era sempre passato tramite di lei, e Pugliatti non si era più sentito di scrivergli o chiamarlo direttamente, pur avendo da anni il suo indirizzo e il suo cellulare personale, come del resto Lombardi aveva il suo.

Era tutto quello che c’era da fare, tutto quello che poteva fare. Ora c’era solo da aspettare.

SETTE
15-19 aprile 2013

La settimana successiva continuò com’era finita quella prima. Pugliatti apriva la porta, accendeva la luce, tirava su le tapparelle, si sedeva al tavolo vuoto, in quella stanza vuota, in quell’ufficio vuoto. Il silenzio era dovunque; immenso,
avvolgente, spettrale.

Il telefono non suonava, l’email era muta. L’unico rumore era quello della sua seggiola quando cambiava posizione.

Ogni tanto prendeva un fascicolo, l’ultimo numero di quelle riviste giuridiche a cui aveva disdetto ogni abbonamento, cercava di leggere qualcosa, di aggiornarsi, ma poco dopo lo metteva giù. Aggiornarsi per cosa?

Sempre più spesso si ritrovava a cazzeggiare su internet, a vagare su Facebook, o a giocare a Temple Run sul cellulare, a lasciar scorrere il tempo così. Doveva far passare almeno otto ore, aveva paura di tornare a casa prima, che a casa capissero che non aveva niente da fare.

Ne aveva paura anche lui. Cercava di restare calmo, si diceva che prima o poi Lombardi l’avrebbe di certo richiamato, ma i giorni passavano e il telefono restava muto.

Venerdì 19 aprile, verso le tre del pomeriggio, su Temple Run aveva azzeccato una partita che sembrava dovesse non finire mai. Stava viaggiando sui 28 milioni di punti e aveva già preso nove calamite, ancora una e avrebbe raggiunto il livello Magnetic Personality, uno degli ultimi sei che gli restava ancora da sbloccare.

Era lì, con le mani tremanti, che guardava correre l’omino sullo schermo, quando il telefono sul tavolo suonò.

Immediatamente schiacciò Pausa e posò il cellulare. Guardò l’apparecchio che squillava, quella lucina verde che indicava la chiamata in arrivo. Era Lombardi, finalmente? Non poteva essere che lui, era solo a lui che aveva scritto, e nessun altro chiamava da mesi.

Si accorse di avere le mani fradicie. Era per Temple Run, o era per qualcos’altro?

Allungò la mano verso il telefono e sollevò la cornetta.

«Studio Legale Pugliatti», si sentì dire, e per un attimo la tragica ironia di quelle parole lo colpì come una frustata. Studio Legale? Questo?

Dall’altra parte qualcuno stava parlando. Pugliatti si ricompose subito, non poteva perdere quell’occasione.

«Pronto?» disse.

«Pronto, mi sente?» ripeté la voce all’altro capo.

«Sì, la sento.»

«Cercavo l’avvocato Pugliatti.»

«Sono io.»

«Ah, buongiorno, Pugliatti. Sono Maranello.»

Maranello era il direttore della sua filiale della Banca dell’Insubria.

Pugliatti trasalì. Di certo non erano buone notizie. «Buongiorno, dottore.»

«Senta Pugliatti, qui c’è uno sconfino.»

Pugliatti trasalì ancora. Cerca di mostrarti calmo, si disse. «Ah, sì, Maranello, ho visto che sono fuori di un centinaio di euro. Ma non si preoccupi, presto mi entra una parcella.» La parcella di Frattini in realtà sarebbe arrivata a fine mese, ma non era il caso di entrare nei dettagli.

«No, Pugliatti», disse Maranello, «guardi che non si tratta di un centinaio. Qui siamo fuori di quasi cinquemila.»

Pugliatti si sentì raggelare il sangue. Allora neanche Vincenzi aveva ancora pagato. Nei giorni precedenti aveva apposta evitato di controllare il conto. Per scaramanzia, si era detto. Ora si rendeva conto che non era stato solo per scaramanzia: era per paura, per paura di vedere quello che Maranello gli stava dicendo.

Calma, si ripeté. Non farglielo capire.

«Dev’esserci stato un errore, dottore», disse sforzandosi di sembrare tranquillo.

«C’era un pagamento in arrivo, adesso verifico col cliente.»

«Mi raccomando», disse Maranello. «Deve rientrare il prima possibile.»

«Senz’altro, dottore. Le faccio sapere.»

Agganciò e subito compose il numero della ditta di Vincenzi.

«Pronto, CV Gomme», rispose una voce femminile all’altro lato.

«Buongiorno, sono l’avvocato Pugliatti, cercavo il signor Vincenzi.»

«Buongiorno, il ragioniere non c’è oggi pomeriggio.» «Scusi, ma può cercarmelo sul cellulare?» «Veramente ha detto che non vuol essere disturbato.» «La prego, signorina, è una cosa urgente.»

«Mah, non so…»

«La prego. È urgente, le dico.»

«Va be’, vedo se mi risponde. Resti in linea.» «Sì, certo. Grazie.» Rumore di linea.

«Pronto?»

«Pronto, signor Vincenzi?»

«Sì, chi parla?»

«Buongiorno, sono l’avvocato Pugliatti.»

«Ah, Pugliatti. Che succede?»

«No, scusi se la disturbo, ma è solo per quella parcella… Sa, ho fatto un controllo in banca e non risulta ancora pagata.»

«Scusi, Pugliatti, ma lei mi disturba il venerdì pomeriggio per questa roba?»

«Mi scusi ancora, ma sa, mi aveva assicurato che –»

«Senta, come può immaginare non sono io che pago le sue parcelle. Io ho dato l’autorizzazione, e se l’ho data vuol dire che è stata pagata.»

«Sì, grazie, ma non è che per caso riesce a farmi mandare il CRO, dalla sua amministrazione?»

«Senta, se le ho detto che è stata pagata è stata pagata. E adesso, se permette, ho altro da fare. Arrivederci.» Clic.

Pugliatti posò la cornetta e si prese la testa fra le mani. Stava crollando tutto, e più in fretta di quanto aveva temuto. Era appeso alla parola di un cliente, a qualcosa che forse stava arrivando forse no; ma se non arrivava, la storia finiva lì. Anche se avesse fatto causa a Vincenzi, per chiedere un pagamento coattivo, con i tempi della causa non sarebbe mai arrivato da nessuna parte, l’Insubria gli avrebbe chiuso i rubinetti molto prima.

L’ultima speranza che aveva era veramente Lombardi. Erano anni che non lo chiamava più di persona, sapeva che lui era impegnatissimo e temeva che se l’avesse disturbato lui si sarebbe irritato. In più si vergognava, il successo dell’altro non faceva che rendere più umiliante la richiesta che lui doveva fargli.

Ma non era più il momento delle remore, non era più il momento della vergogna.

Allungò la mano verso il cellulare. Sperava solo che Lombardi non avesse cambiato numero.

Indugiò ancora per un istante col dito sulla rubrica luminosa, poi sfiorò il suo nome.

Tre squilli. Quattro.

«Pronto?»

«Pronto, Giorgio? Ciao, sono Luca.» «Luca?»

«Sì, Luca, Luca Pugliatti, ti ricordi?»

«Ah, sì, ciao, Luca. Scusa ma sto entrando in un meeting, dimmi.»

«Nulla, volevo solo sapere se possiamo vederci un attimo, uno di questi giorni.»

«Guarda, sono giorni infernali, con questa storia della fusione siamo tutti sott’acqua. Cerco di trovare un buco, ma non so se ce la faccio. Probabile che sia comunque a un orario indecente…»

«Non c’è problema, a qualsiasi ora va bene, ti rubo solo cinque minuti.»

«Ok, fammi guardare l’agenda, ti mando un messaggio.» «Ok, grazie mille, a presto.»

«Ciao.»

Pugliatti appoggiò il cellulare mordendosi un labbro.

Come aveva fatto a non pensarci? Era fuori dal mondo. Quello era proprio il momento peggiore per cercare di incontrare Lombardi, e lui forse aveva sprecato l’ultimo asso che si era tenuto.

La fusione. In effetti non si parlava di altro su tutti i giornali.

Il Credito Ambrosiano stava per fondersi con lo spagnolo Banco de San Mateo, la più grande banca europea per ca- pitalizzazione.

L’operazione avrebbe dato vita a un colosso assolutamente senza concorrenti nel panorama europeo del settore, con una capitalizzazione di borsa pari a più del doppio della banca che attualmente occupava il numero due del ranking.

Il contratto e il progetto di fusione, negoziati per mesi, erano già stati approvati dai consigli di amministrazione delle due banche, e le rispettive assemblee erano già state convocate verso la fine di settembre per l’ultima parola in merito.

Era il momento dei road show: gli amministratori delegati dovevano fare il giro d’Europa e del mondo per spiegare il business plan ai loro maggiori azionisti, farli sentire importanti, e assicurarsi che in assemblea filasse tutto liscio.
Non c’era da stupirsi che Lombardi fosse strapreso.

E lui aveva scelto proprio quel giorno per telefonargli. Va be’, si disse, se vuole ricevermi mi scrive, se no, non mi avrebbe dato retta lo stesso. Però non ne era così sicuro.

OTTO
15 maggio 2013

Il messaggio gli era arrivato quasi un mese dopo.

Dmn 7:45 da me, ok?

Ok, ok, certo che è ok.

E così alle sette e quaranta era lì, nel salottino di attesa al piano dei capi, sulle stesse poltrone su cui lui e Lombardi erano stati tante volte ad attendere di entrare da Sinelli, l’amministratore delegato di allora, per assisterlo a prendere la decisione finale su un’operazione.

Corridoi ancora vuoti, solo l’uomo delle pulizie che finiva di passare l’aspirapolvere. Le prime segretarie che sbarcavano dagli ascensori, le segretarie dei capi, le più mattiniere, quelle vestite meglio. Gli uffici ancora quasi tutti spenti, solo da qualche porta trapelava una luce, ma non si capiva se era di qualcuno arrivato presto o se era rimasta accesa dalla sera prima.

Le sette e quarantacinque.

Le sette e cinquanta.

Le sette e cinquantacinque. Quanto tempo gli sarebbe rimasto?

A metà del corridoio si aprì una porta e una figura si profilò controluce. «Ciao, Luca, vieni.»

Eccolo là. Finalmente.

Entrò. Così ora era sua, quella stanza.

Diede un veloce sguardo intorno. Dovunque si percepiva l’imminenza del closing, quel misto di concentrazione e adrenalina che aveva vissuto tante volte.

Documenti dappertutto, sulla scrivania, sul divano, per terra, presentazioni Power-Point, pezzi di contratto, allegati. Bicchieri sporchi e resti di caffè. Lombardi era in maniche di camicia e con la cravatta un po’ allentata. Anche ormai se era l’amministratore delegato, non aveva rinunciato a controllare ogni cosa di persona.

Pugliatti lo guardò meglio.

Aveva forse perso un po’ di peso, anzi, sicuramente aveva perso peso, soprattutto in viso pareva sciupato. Un po’ meno capelli, del bianco che prima non c’era, qualche ruga in più intorno agli occhi. Un po’ più elegante, ma era solo questione di dettagli, si vedeva che la camicia era fatta a mano. Chissà come Lombardi vedeva lui.

«Scusa l’orario», riprese Lombardi, «ma era l’unico slot che avevo, all’una parto per il road show negli Stati Uniti e da lì in poi non avrò più un buco fino a dopo le assemblee…»

«Figurati», disse Pugliatti. «Grazie anzi di aver trovato un po’ di tempo, posso immaginare che giorni siano. A proposito, proprio una bella operazione, l’ho seguita sui giornali, complimenti.»

«Grazie. Sì, siamo molto contenti, io in particolare sono proprio felice. È una svolta epocale, la gente ancora non se n’è resa conto.»

«Già… Fa impressione pensare che solo dieci anni fa eravamo qui a comprare delle piccole casse di risparmio locali… e fra due mesi sarete la più grande banca europea!»

«Ma non è solo l’Europa, vedi… È questo che non si è ancora capito bene.

L’Europa è soltanto il primo passo; ma una volta che saremo la più grande banca europea, i più grandi gruppi americani o cinesi faranno a gara per fondersi con noi, perché sarà chiaro che la competizione a quel punto si giocherà a livello planetario, e chi si fonderà con noi si garantirà per almeno dieci anni una posizione di leadership mondiale. Ci stanno già chiamando, lo sai? E per una volta sarà tutto nato dall’Italia…»

Pugliatti lo fissò. Non ci aveva pensato, ma Lombardi aveva ragione. Era un’operazione molto più grande. E irrimediabilmente distante da lui. Ripensò al suo ufficio vuoto, alla luce da accendere, alle tapparelle da tirare su. Non sapeva più cosa dire.

Fu Lombardi a proseguire: «E tu, come te la passi?»

Pugliatti cercò di ricordare il discorso che si era preparato, ma le parole uscivano a fatica.

«Mah, insomma, sai che dopo che sono uscito da Valenti mi sono messo in proprio…»

«Sì, certo, lo sapevo, mi sembra che tu abbia anche lavorato per noi, no?»

«Sì, in effetti era proprio di questo che volevo parlarti… E guarda, non sai quanto sia difficile per me dirti queste cose, ma te le dico perché ti ho sempre considerato non solo un cliente, ma un amico…»

L’altro restò in attesa che continuasse.

Pugliatti si fece forza: «Sai, da quando tu sei entrato in consiglio ci siamo persi un po’ di vista, ovviamente non eri più operativo, ma io ho continuato a lavorare molto con il vostro gruppo, sia con i tuoi vecchi colleghi dell’M&A, sia con altri settori. Anzi, il flusso dei vostri mandati ha continuato a crescere, anno dopo anno, e io ho dedicato a voi sempre più tempo, finché siete arrivati a rappresentare più o meno il novanta per cento del mio fatturato.

Solo che, improvvisamente, cinque anni fa tutto si è fermato. Più nessun mandato, più niente. E non so proprio perché, perché la relazione con tutti i tuoi colleghi è sempre stata ottima, e tutti sono sempre stati contenti di come lavoravo.

Non lo so, proprio non me lo spiego. Capisco che ci sia stata la crisi, che ci sia ancora la crisi, ma un blocco così, e così di colpo, proprio non me lo spiego.

Io ho cercato di tener duro, di aspettare, speravo che fosse solo questione di tempo, che prima o poi avremmo ricominciato a lavorare insieme, ma sono ormai passati cinque anni, e inizio a essere veramente in difficoltà. Sai, ho anche un mu- tuo, ovviamente con voi.

E proprio perché siete voi voglio assolutamente evitare di andare in default, di andare a finire tra i vostri crediti in sofferenza. Solo che per evitare questo ho bisogno, ho assolutamente bisogno che ricominciate a darmi da lavorare…

Credimi, Giorgio, per me è umiliante farti questo discorso – e credimi, ho cercato in tutti i modi di evitarlo… Ma ormai non ce la faccio più, è veramente questione di sopravvivenza. Se puoi, fai qualcosa, ti prego.»

Restò lì, in silenzio, con gli occhi bassi.

Fuori dalla stanza il corridoio iniziava ad animarsi. Passi veloci avanti e indietro. Suonerie di telefonini.

Rialzò gli occhi. Lombardi lo guardava da dietro la scrivania, i gomiti appoggiati sul piano, le mani sollevate a triangolo davanti alla bocca, le dita aperte, le punte che si toccavano, gli occhi fissi nei suoi.

«Cazzo, Luca, non so cosa dire… Vorrei aiutarti, ma non dipende da me.

Sai, non è più come ai tempi di Sinelli, l’amministratore delegato non ha più voce in capitolo nella scelta dei legali, non ci sono neanche più legali di fiducia come c’erano una volta… Ora per ogni mandato la scelta dipende dal Comitato Advisor, un comitato composto in maggioranza da amministratori indipendenti… E questo comitato deve seguire delle procedure, deve fare dei beauty contest, deve stare dentro un budget, deve rispondere all’Internal Audit… Io non ci posso mettere il naso, addirittura se facessi una segnalazione sarebbe controproducente, li metterei in difficoltà, quasi li obbligherei a scartarti…

Oltre a ciò, come sai, è anche vero che il lavoro è cambiato… Sempre più cose le facciamo al nostro interno, l’area legale è stata molto rafforzata… E di M&A non se ne fa quasi più. Sì, ora c’è questa faccenda della fusione, ma come puoi immaginare si tratta di una cosa talmente grande che è andata per forza a uno studio internazionale… E anche questo studio non l’abbiamo scelto autonomamente, abbiamo dovuto concordarlo con il Banco, come loro hanno dovuto concordare con noi il loro…»

«Certo, certo, immagino. Ma anche cose diverse dall’M&A, mi va bene qualsiasi incarico. Qualche parere, non so. Qualche causa, qualche arbitrato, sai che tutte quelle che mi avete dato le ho sempre vinte. O se avete bisogno di mettere qualcuno in qualche consiglio… Qualsiasi cosa…»

«Ecco, magari quella dei consigli può essere una buona idea. Su quello posso sentire Partecipazioni, anche se per la verità non so se abbiamo bisogno di coprire dei posti, sono loro che hanno il quadro della situazione… Per il resto tutto quello che posso fare è farti parlare con qualcuno del Comitato Advisor, ma comunque può essere utile, forse quelli di adesso non ti conoscono o non ti avevano più presente, non si sa mai, vi vedete, gli rinfreschi la memoria, e poi magari da cosa nasce cosa… Più di così non posso fare, mi spiace.»

«Sì, Giorgio, capisco. Comunque, intanto ti ringrazio, se riesci a organizzare un incontro sarà sicuramente utile, ci parlo e speriamo che qualcosa salti fuori.»

«Ma sì, vedrai. Dai, facciamoci un caffè. Purtroppo ti posso offrire solo quello della macchinetta, ma devo dire che non è male. Poi mi dispiace ma devo scappare, alle otto e mezzo facciamo un briefing per il road show.»

«Figurati, la macchinetta va benissimo.»

La macchinetta era nel corridoio. Lombardi gli fece strada.

NOVE
11 luglio 2013

Era passata una settimana.

E poi un’altra.

E poi un’altra.

In effetti, erano passati quasi due mesi, ma né Partecipazioni, né il Comitato Advisor si erano fatti sentire. Vincenzi, alla fine, aveva pagato, e così anche Frattini; ma pur con quei pagamenti, Pugliatti aveva ancora soldi per quattro mesi. Al massimo cinque.

E fra un po’ sarebbe stato agosto, e tutto si sarebbe fermato.

Per restare a galla, occorreva che qualche lavoro nuovo arrivasse entro agosto.

Scavalcato il 31 luglio, se ne sarebbe riparlato a settembre; e anche se fosse arrivato allora, non sarebbe servito più a niente.

DIECI
12 luglio 2013

«Perché.»

Erano ancora lì, nel silenzio del letto, ognuno sveglio, ognuno che cercava di non dare all’altro segni di esser sve- glio, lui che le dava la schiena.

«Perché cosa?» sussurrò lui.

«Perché non mi cerchi più?»

La stessa domanda che si poneva anche lui, la stessa domanda alla quale lui stesso non sapeva dare una risposta. Non c’era, una risposta. Semplicemente, lui era lì, incapace di fare qualsiasi cosa, incapace di avere voglia di fare qualsiasi cosa.

Come se al buio tutto il vuoto del giorno gli si materializzasse negli occhi chiusi, e lo inghiottisse dentro di sé.

Sentì Emma muoversi verso di lui.

«Ti prego, Luca, non pensare. Non pensare a niente.» Sentiva i suoi capelli.

«Lo so, sai, come ti senti. Ma non ti devi preoccupare.» Sentiva le sue gambe.

«Tu hai me, hai le bambine, noi abbiamo te, tutto il resto non importa.»

Si girò verso di lei. I suoi occhi erano lì, che brillavano. «Lo so, Emma, ma a volte non ce la faccio, è più forte di me. E non è per me, se fosse solo per me mi metterei il cuore in pace, ma voi… Dovervi togliere tutto quello che vi ho dato…

Almeno non ve l’avessi mai dato, almeno non vi avessi fatto abituare. Anche questa casa – pensare che magari dovrò farvela lasciare, far disfare alle bambine le loro stanze, tutti i loro ricordi…»

«Non ti preoccupare, amore. Perderemo la casa? Amen. Non è la casa che conta. Siamo noi, che contiamo. Ricordatelo, fra cent’anni questa casa ci sarà ancora, ma noi non sappiamo neanche se ci saremo domani.

La vita è un soffio, Luca, non dobbiamo sprecarne neanche un attimo. E ho paura che lo stiamo facendo, è questo che temo di più, più che perdere la casa e tutto il resto. Che tu non mi cerchi più. Che ci allontaniamo noi due. Che sia io, alla fine, a non cercare più te.»

Restò a guardarla, e per la prima volta sentì una paura diversa, fredda, come una spina in fondo alla schiena.

Eppure rimase lì, immobile. Pieno di vergogna, di dolore, di rabbia.

UNDICI
22 luglio 2013

Erano passati altri dieci giorni. Agosto era ormai alle porte, con tutto quello che voleva dire.

Negli ultimi mesi, Pugliatti aveva iniziato a cercare lavoro anche su internet. Ci sono dei siti specializzati per avvocati: thelawyer.com, totallylegal.com, cose del genere.

Per l’Italia non c’era nessuna richiesta, ma all’estero qualche offerta si trovava; quantomeno in un certo tipo di estero.

Pugliatti si era ritrovato a inviare curriculum in Dubai, negli Emirati Arabi, perfino in Nigeria.

Un po’ gli faceva impressione, ma d’altro canto non c’era tanto da essere schizzinosi. Rifletteva quello che erano diventati – o meglio, tornati a essere. Emi- granti, come i loro nonni o bisnonni.

Solo che, a differenza dei loro nonni o bisnonni, gli Italiani adesso nessuno li voleva; quantomeno non gli avvocati.

Anche in Nigeria, di un avvocato italiano non sapevano cosa farsene: volevano solo avvocati inglesi. Essere disposti a sacrificarsi non serviva a niente: il sacrificio non interessava a nessuno.

Sempre più spesso, nelle sue giornate solitarie Pugliatti pensava a Dio. Pregava, forse; o forse non era proprio una preghiera.

Verso le sette di sera del 22 luglio era nel bagno di quello studio buio, dove non entrava mai nessuno. Non si ricordava neanche come c’era finito. Era lì, con le gambe divaricate, le mani appoggiate al lavandino, come paralizzato.

Dio, pensava. Abbi pietà. Non ti chiedo di farlo per me, ma fallo almeno per loro. Per Emma, per le bambine.

Va bene, abbiamo capito, ho capito. Avremo sbagliato, avrò sbagliato io, ma la lezione l’ho imparata. Ma ora basta, ti prego. Cosa devi dimostrare ancora?

Cosa vuoi dimostrare, ancora?

Che senso ha, tutto questo?

Arrancare, dannarsi l’anima, distruggersi di fatica, di umiliazione, di paura – solo per sopravvivere. E poi? Morire. Che senso ha?

C’è un messaggio, in tutto questo? Che cosa vuol dire?

Che cosa ci vuoi dire?

Cosa vuoi dimostrare?

Non ti basta? Non l’hai già dimostrato?

Alzò gli occhi nello specchio e si guardò.

Stava piangendo.

A questo si era ridotto. A questo tutto si riduceva: alle lacrime, come con le lacrime era cominciato.

Pensò a suo padre. A quanto avrebbe sofferto, se l’avesse visto.

Era tutto un soffrire. Per i morti, per i vivi.

I morti, i vivi. Pensò alle sue assicurazioni. A quella sul mutuo, a quella sulla vita.

Sulle labbra gli affiorò un sorriso strano. Ormai valeva più da morto che da vivo.

[…]

 

Pietro Caliceti, avvocato milanese, ha difeso per anni banche d’affari e finanziarie; “L’ultimo cliente” è il suo primo romanzo.

L’estratto riportato in questo articolo è preso da Pietro Caliceti (2016), L’ultimo cliente, Baldini & Castoldi, Romanzi e Racconti, pag. 350, cartaceo €14,90, e-book €7,99.

L'ultimo cliente

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