Shanghai

AR – Andata e Ritorno

By Alessandro Sartori, dicembre 9, 2015

Under 30, laureato, qualificato, disoccupato: “Perché come molti ho deciso di espatriare e perché come molti ho deciso di tornare”

Era sera ed eravamo a casa. Quella casa universitaria così vicina alla stazione e così fuori dalle mura di Urbino, quella che ci faceva sentire parte di un’unica famiglia. Luca, Ivano e Stefano. Le parole che avrebbero cambiato la mia vita escono dalla bocca di Stefano: Cina.

Come si arriva a Shanghai? Si parte da una bacheca dell’ISIA, nell’antico convento Santa Chiara, un colloquio di assunzione a Cesena, il limbo dell’attesa e la gioia della conferma, le feste di addio, le formalità burocratiche, il visto, passaporto e carta di credito, il purgatorio di Cesena e la squallida camera d’albergo, le lacrime con Roberta, la sveglia alle sei, l’aeroporto, la voglia incontenibile di arrivare, la notte che non passa mai, l’Europa, il deserto del Gobi, il ghiaccio e l’immensa Russia, Beijing, i flap da discesa e le ruote che toccano terra.

All’aeroporto tutto è ordinato. Ecco le prime pubblicità cinesi, così diverse dalle nostre. Fuori sei in un altro mondo. Quando posi i bagagli in albergo, l’inglese ancora esce a stento e il fuso orario rende tutto più difficile. In camera sei solo, in Italia dormono tutti. Là ho aperto per la prima volta il libro che mi ha tenuto compagnia per lungo tempo, che ho letto e consumato: “Il Secolo Cinese” di Federico Rampini. Tra le righe scopri che dietro l’apparente ordine c’è caos, dietro il tranquillo vivere c’è repressione legislativa, dietro al pensiero comune c’è l’imperante propaganda.

Pochi giorni e incontro altri expat italiani, giovani imprenditori e dirigenti. Per una cena spendiamo quanto guadagna un cinese in un mese, mi sento in colpa, poi discoteca: mi sento a Milano Marittima.

Il barista parla ai tuoi lineamenti caucasici e ti saluta da lontano, come ti conoscesse da una vita. Cinque minuti e arrivano le ragazze, cercando soldi in cambio di attenzioni. Saluto e tolgo il disturbo.

In Italia chiediamo rispetto per i nostri usi e costumi, all’estero siamo i primi a non voler entrare in contatto con altre culture.

Non voglio generalizzare ma negli occhi degli expat italiani ho sempre letto un misto di esasperazione e superiorità, la volontà di tracciare un confine tra noi, popolo superiore europeo, e loro, popolo inferiore sottopagato.

Così ti trovi a cena per lavoro con imprenditori che in italiano prendono in giro le giovani compagne cinesi e capisci che non tutti meritano il benessere, il taxi ogni mattina, il ristorante di lusso ogni sera. Il denaro tanto desiderato e così facilmente ottenuto ti svuota.

I discorsi sono sempre gli stessi “pensa a quegli sfigati che lavorano in Italia per due lire”, ogni argomento è buono per attaccare il nostro Paese. Un comportamento comprensibile: rinunciare ad amici, parenti, radici non è facile e bisogna darsi motivazioni, convincersi che la scelta fatta è quella giusta.

Passano i mesi, sono in un appartamento, nella camera tutto parquet al ventiquattresimo piano, all’incrocio tra la Huashen Lu e la Huai Hai Lu e continuo a rileggere “Il secolo Cinese”. Mi chiudo nel lavoro e anche per me diventa dipendenza.

Schiavo del business, dei clienti, dei contratti, del sentirsi importante. E presto o tardi in queste economie lo diventi, diventi un pezzo di ingranaggio. Taxi, aereo, incontri, ufficio, telefonate, fornitori, taxi, ristorante, Skype, i mesi volano.

Finalmente le vacanze. Il rientro in Italia è piacevole, ma è come svegliarsi il mattino, dopo che hai bevuto: spegnere il motore al massimo dei giri non è una buona idea.

Parti convinto che l’Italia sia il Paese dei difetti. Poi capisci che quella vita non fa per te: lavorare 10 ore al giorno per guadagnare di più, per spendere di più, per correre tutta la vita passando sopra a tutti, per cercare di arraffare quanto possibile senza pensare alla qualità e all’etica del lavoro.

Andata e ritorno: respirare di nuovo la nostra aria, vivere i nostri colori, i sapori, il calore e l’intelligenza delle persone come fosse la prima volta.

Questa esperienza di lavoro in Cina mi ha insegnato a rallentare, in maniera sana: vivere le giornate in maniera piena, pensare, aprirsi al mondo e alle persone, considerare gli altri esseri umani, godersi l’eterna bellezza delle nostre città.

Il nostro lavoro dovrebbe puntare sempre all’eccellenza, impegnarci in ogni progetto come fosse l’ultimo. Nei secoli siamo riusciti a condizionare i gusti di tutto il mondo: ovunque c’è un po’ di Italia. Questo è il nostro Paese.

Allora perché non crederci ancora? Perché non utilizzare quel saper pensare che i nostri avi così generosamente ci hanno  trasmesso? Perché non provare a fare di nuovo impresa?

Perché accontentarsi di lavorare all’estero e rinunciare ai nostri secoli di storia, alla nostra terra, a condividere uno spazio con altre menti brillanti?

Forse più che sfiducia per l’Italia oggi abbiamo sfiducia negli Italiani e questo non lo accetto. Dobbiamo riprenderci quel posto nel mondo che è stato sempre nostro, inventare, pensare, sentirci di nuovo grandi. O piccini, con la leggerezza e l’incoscienza di bambini che non temono di ricominciare a disegnare sui muri di questa casa dalle pareti scrostate.

Ho lasciato in Cina una città con 20 milioni di persone, un appartamento in un grattacielo, grandi opportunità di lavoro.

Oggi vivo in Umbria, in campagna, in una piccola comunità di 4.000 persone e con mia moglie Roberta ci occupiamo di grafica, fotografia, video e motion graphic.

Dobbiamo sentirci dei perdenti? No.

Con internet lavoriamo con il mondo, i nostri clienti sono soddisfatti e siamo felici di farci ispirare dalla bellezza che ci circonda vivendo qui, in Italia.

— Alessandro Sartori

 

Alessandro Sartori e Roberta Paolucci hanno dato vita al collettivo AR – Graphic design e Comunicazione, Massa Martana, Perugia.

AR - Graphic design e Comunicazione

 

 

2 Comments

  1. Adriano ha detto:

    Finalmente qualcuno che parla di quella profonda incorruttibile umanità che caratterizza chi nasce e cresce in Italia. Gli italiani: avidi e corrotti dal potere come qualunque altro essere umano, ma umani perdutamente umani.
    Auguri ad Alessandro e Roberta

    Un italiano

  2. Alessandro Sartori ha detto:

    Grazie Adriano. Ci piace credere che ci sia ancora del buono in questo Paese e che, come giustamente dici, l’avidità e la corruzione siano fenomeni dell’essere umano, non per forza, Italiano.
    Un caro saluto,
    Alessandro

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