Fralib 1336

Storie di operai che fanno rinascere imprese

By Angelo Mastrandrea, novembre 19, 2015

In un mondo del lavoro devastato dalla crisi, c’è un fenomeno quasi ignorato dai media e che gli anglosassoni chiamano «workers buyout», ossia quando un’azienda fallita viene rilevata dai suoi ex dipendenti che si riuniscono in cooperativa e investono i loro Tfr per rilanciarne la produzione. Una sfida economica e anche un cambio di paradigma mentale, per chi da operaio si reinventa imprenditore. Eppure, nella grande maggioranza dei casi, queste storie funzionano.

Angleo Mastrandrea, uno degli osservatori italiani più attenti al tema, ne ha raccolte diverse in un bel libro uscito in questi giorni  intitolato “Lavoro senza padroni: storie di operai che fanno rinascere imprese”. Un libro che racconta di aziende in giro per il mondo ma anche di diverse realtà italiane.

Grazie alla gentilezza dell’editore Baldini & Castoldi e di Mastrandrea siamo in grado di offrirne ai lettori di 50/30 Blog un estratto: dal primo e dall’ultimo capitolo, con una storia francese di successo ed una italiana appena agli inizi e per cui fare il tifo. Perché quando tutto sembra finito, occorre ripartire dalla produzione, dalle vite reali e dall’amore per il lavoro.

Il sogno

Finisce che a un certo punto mi ritrovo nella sala d’aspetto di uno studio medico. Un pugno di persone di mezza età mi osservano con sguardo interrogativo. Più che raccontarmi la loro storia, vogliono conoscere le mie. Mi implorano di non rivelare la loro identità e di non scrivere nulla finché non sarà avvenuto qualcosa.

In effetti, non è accaduto ancora niente. Erano, sono, operai di una grande fabbrica in crisi del Mezzogiorno d’Italia, e hanno organizzato questa riunione clandestina al pianterreno di un anonimo edificio che affaccia su una delle strade principali di una delle città più grandi della Terra dei Fuochi, travestiti da pazienti per evitare di essere scoperti, per sapere come si fa a ridiventare padroni del proprio lavoro.

Uno di loro lavora come segretario per lo studio medico in cui ci troviamo, 400 euro al mese rigorosamente al nero che si aggiungono all’assegno di cassa integrazione e gli permettono di raggiungere un salario appena decente.

Così fan tutti, da queste parti. C’è chi porta pizze a domicilio, chi va a lavorare nei campi della Terra di Lavoro, nome storico di una pianura ricca e che oggi suona come una beffa visti i 18 euro al giorno di paga; e c’è chi si è arruolato nelle retrovie della camorra perché malgrado tutti i rischi avrà guadagni superiori.

È un intero sistema che funziona in questo modo e non esplode solo perché i sussidi statali garantiscono una base sulla quale prospera il lavoro informale, sottopagato. Si tratta di un meccanismo perverso che le vittime hanno il minor interesse a far saltare. Solo in questo modo riescono a comporre il puzzle di un salario decente. Non ce n’è un altro.

A meno che, come hanno letto da qualche parte, non provino a fare di testa loro. Serve tanto coraggio, bisogna non aver nulla da perdere e tanta inventiva per sfidare poteri spesso inafferrabili, nel grande oceano della globalizzazione. Fingendo di attendere un medico che in realtà non c’è, i figli della crisi che sta devastando l’Italia e l’Europa hanno un sogno: lavorare senza padroni. Hanno letto che qualcuno prima di loro c’è riuscito e vogliono sapere come. Provo a spiegarglielo con parole mie e auguro loro buona fortuna.

 

1. Un elefante in Provenza

Amar Hassani può finalmente dire di aver raggiunto l’obiettivo della vita. Giacca nera su un volto mediterraneo, la barba lunga di qualche giorno, mostra con orgoglio le meraviglie della nuova Fralib. Meglio, della Thè et infuses (Ti), la cooperativa che lui, insieme a una sessantina di ex lavoratori al soldo della Unilever, hanno messo in piedi per risorgere dalle ceneri della vecchia Fralib e dimostrare che si può continuare a lavorare anche quando il padrone dice basta. Basta volerlo.

Quella dei «fralibiens», come sono stati affettuosamente soprannominati in Francia, è la storia forse più emblematica di resistenza e vittoria operaia da quando, a partire dal 2008, in Europa è cominciata l’era della dismissione del lavoro salariato.

Per questo motivo è valsa la pena frequentarla da vicino, a cominciare da quando questo pugno di lavoratori di un angolo della Francia poco battuto dalle cronache e a un passo da Marsiglia ha convocato a casa loro, nelle campagne di un minuscolo paese della Provenza, gli stati generali delle imprese recuperate di tutta Europa.

In una mite giornata della fine di gennaio del 2014 sono arrivati più o meno in centocinquanta, tra lavoratori della Vio.Me di Salonicco e delle Officine Zero di Roma, ricercatori e docenti delle università di San Paolo, Buenos Aires e Città del Messico, anarchici e attivisti altermondialisti.

Anche se l’esito della loro lotta non era ancora completamente definito, era apparso chiaro che quello di Gémenos sarebbe potuto diventare un caso esemplare, in Europa, di come si possa ridiventare padroni del proprio futuro, dopo anni di licenziamenti selvaggi, stabilimenti chiusi dalla sera alla mattina, delocalizzazioni scriteriate e dumping sociale.

Amar è uno degli occupanti della fabbrica. Figlio di un algerino della Cabilia ma nato a Marsiglia, fiero della ricchezza culturale derivante dalla doppia appartenenza, una figlia studentessa a Beirut, operaio meccanico, lo si può ascoltare in rete mentre canta, con spiccata erre moscia e traballante senso del ritmo, Los Fralibos, l’inno in salsa reggae che li ha fatti conoscere più di tanti articoli e documenti scritti.

Amar sosteneva che, dopo tre anni e mezzo di resistenza, non si poteva più fare marcia indietro. Vincere o morire, insomma. Ma quando era cominciata quest’avventura, nel settembre del 2010, con l’annuncio da parte di Unilever della chiusura della fabbrica, ben pochi all’infuori dei diretti interessati credevano fino in fondo che Davide avrebbe battuto Golia e sarebbero riusciti a far funzionare la fabbrica in maniera autogestita. Ci si aspettava, al più, un’altra gloriosa sconfitta operaia. L’ennesima.

Invece, eccoli qua, i resistenti della Fralib, pronti a produrre tisane rigorosamente biologiche e a chilometro zero, grazie agli accordi stipulati con produttori locali.

Fino ad allora non era stato così. Per farmelo sentire con ogni senso possibile, Amar mi porta in un capannone dove sono ancora stoccati migliaia di sacchi. All’ingresso, si rimane subito avvolti da un odore intenso, dolciastro.

Il meccanico franco-algerino apre un sacco, prende una manciata di palline che paiono plastica e dice: «Toh, assaggia». Per vincere il mio scetticismo ne butta in bocca una manciata. Sono aromi artificiali, «li mescolavamo assieme al tè che poi veniva imbustato», spiega.

Nulla di vietato, ovviamente. Si tratta di sostanze ampiamente usate nel mercato, composti chimici utilizzati per dare sapore a cibi e bevande, ma con i quali la natura non c’entra per nulla.

I «fralibiens» ne hanno lasciate a centinaia lì dove si trovavano al momento della chiusura, in bella mostra, per testimoniare che loro con quel passato non vogliono più avere nulla a che fare.

Amar mi fa vedere il macchinario utilizzato per imbustare il tutto, un mostro alto e largo che miscela gli aromi e sputa bustine di tè che più avanti nella catena di montaggio saranno impacchettate e pronte a finire in un supermercato o a esser servite in un bar qualsiasi.

Il compito di Amar era quello di intervenire su quell’enorme corpo metallico, ogni qualvolta si fosse inceppato. «Gli aromi artificiali sono arrivati negli ultimi anni, per risparmiare. Prima si usavano le erbe locali», racconta.

I lavoratori all’epoca non potevano saperlo, ma era il primo passo verso la delocalizzazione. Perché rimanere in Provenza quando delle sue erbe si può fare tranquillamente a meno?

Già in un’altra occasione, scarpinando lungo le strade della crisi, mi era capitato di imbattermi nella Unilever. E quello che ho visto non mi pare molto diverso da quello che ritrovo ora a Gémenos, anche se l’esito era stato differente.

L’avevo incrociata qualche tempo prima in Italia. A Cisterna di Latina, per la preci- sione.

[…]

Ma, come mi ha fatto assaggiare Amar a Gémenos, ormai tra multinazionale e territorio c’è un’estraneità che sta diventando abisso.

Se in Provenza le erbe locali erano state soppiantate dagli aromi chimici, a Cisterna di Latina per le materie prime si faceva sempre più ricorso alla grande distribuzione invece che al piccolo produttore locale. Con i piselli globalizzati a rimetterci, come spesso accade, è la qualità.

Rieccola qui, la Unilever, in questa tranquilla e ordinata zona industriale della campagna provenzale, dominata dal colore viola della lavanda, con le fabbriche immerse nel verde e un torrente a fare da spartitraffico.

Ancora una volta arrivo quando i buoi sono scappati dalla stalla: come a Cisterna di Latina, la multinazionale è già andata via.

La bandiera con il logo della big company non è ancora stata ammainata e continua a sventolare da un pennone davanti all’ingresso, ma qualcuno ci ha disegnato una X sopra e la scritta «uccide l’impiego», affiancandogli un drappo bianco con il volto di Che Guevara e un altro che invita a boicottare il tè Lipton.

Benvenuti sul vascello corsaro della Fralib, sembrano dire gli occupanti invitando a salire a bordo per una crociera verso un mondo inesplorato: quello delle fabbriche recuperate dai lavoratori.

Il supermanager Angel Llovera, proveniente dalla Coca-Cola e inviato dalla multinazionale anglo-olandese dell’alimentare a ristrutturare l’azienda prima e trasferire in seguito la produzione, è identificato come «el diablo» con degli stencil a ogni angolo della fabbrica.

Agli occhi di Amar e dei suoi compagni è stato lui il killer, l’esecutore prezzolato della fine di un’azienda nata nel 1896 – l’Éléphant, appunto, da sempre specializzata in tisane, comprata da Unilever nel 1972 e trasferita a Gémenos dal 1989 – un’azienda che non avrebbe avuto alcun titolo per chiudere, se non fosse stato per il capitalismo selvaggio di questo inizio millennio, pronto a correre laddove il profitto è direttamente proporzionale allo sfruttamento del lavoro.

La Unilever ha così esportato la produzione del tè in Polonia e i lavoratori di Gémenos non hanno potuto far molto per impedirlo. «Ci hanno preso in giro. Mentre diceva che dovevano chiudere perché la produzione diminuiva, la proprietà acquistava sedici macchinari nuovi per lo stabilimento polacco.

Siamo persino andati a incontrare i nuovi operai, ma non abbiamo trovato nessuna solidarietà da parte loro», spiega Olivier Leberquier, sindacalista «fralibien» della Cgt, mentre mi fa notare le differenze tra le macchine tedesche e quelle italiane, sostenendo di preferire le ultime per una serie di motivi tecnici che non sarei in grado di riportare con esattezza.

Il tecnico specializzato Leberquier, in buona sostanza, ha detto: saranno pure più potenti e produttivi i macchinari tedeschi, però quelli italiani, alla fin fine, resistono di più. Ma non saprei dire se, dietro quest’affermazione scientificamente provata, si nasconda un qualche pregiudizio anti-teutonico.

Quel che mi interessa di più è quel guardarsi in cagnesco tra lavoratori francesi e polacchi. Altro che solidarietà di classe.

Non può essere altrimenti, in un’Europa che non riesce a garantire parità di diritti e di salari ai lavoratori in ogni suo angolo.

Ma gli operai non si sono dati per vinti. In settantasei, alcuni dei quali alle soglie della pensione e solo per solidarietà con i compagni, hanno occupato lo stabilimento di Gémenos per impedire che questo fosse smontato e trasferito in Polonia.

È stato il primo passo, necessario per evitare che la fabbrica fosse svuotata: senza i macchinari non sarebbe stato possibile riprendere a lavorare. Poi hanno cominciato a produrre bevande con un marchio speciale, un elefantino che non dà segno di essere imbizzarrito, e la dicitura «prodotto da fabbrica in lotta».

Il logo richiamava direttamente quello dell’Elephant, storico prodotto locale che l’Unilever aveva intenzione di trasferire insieme alla fabbrica.

Su questo i «fralibiens» non volevano sentire ragioni: «È qui da più di un secolo e non ce lo faremo portar via».

La disputa sul brand è stata la più complessa. La Comunità urbana di Marseille Provence Métropol (l’equivalente della nostra Città metropolitana) – che per aiutare gli operai già aveva acquistato i terreni su cui sorge la fabbrica per 5,3 milioni di euro e requisito i macchinari al prezzo simbolico di un euro – lo ha dichiarato «marchio regionale tipico» e in quanto tale non delocalizzabile. Ma non è bastato a mantenere l’elefante in Provenza.

La partita che si giocava infatti riguardava il diritto di proprietà immateriale, che sarebbe stato scardinato da una sentenza favorevole agli operai di Gémenos, rischiando di produrre un effetto domino potenzialmente in grado di sovvertire gli assetti del neoliberismo globale.

Se i resistenti della Provenza l’avessero spuntata avrebbero assestato infatti un duro colpo alle fondamenta del capitalismo postmoderno, che trae profitto dal brand ancor più che dalla produzione, come ha spiegato Naomi Klein già quindici anni fa nel suo bestseller No logo, divenuto la Bibbia del movimento no global.

«L’Elephant vivrà à Gémenos», è il messaggio che ancora oggi si legge sulle t-shirt dei «fralibiens», consapevoli che su questo punto si è giocata una battaglia molto più grande di loro, ma pure del fatto che mantenere l’elefantino per loro avrebbe voluto dire poter godere di un cospicuo vantaggio di mercato, dato da un secolo e passa di storia.

Invece alla fine i lavoratori della Fralib su questo punto hanno dovuto cedere, in cambio del fatto che Unilever avrebbe veicolato i loro prodotti attraverso i suoi canali di distribuzione, salvando così la capra (il capitalismo) e i cavoli (la possibilità che le tisane autoprodotte potessero avere uno sbocco di mercato più solido dei circuiti alternativi e una diffusione su ampia scala).

Prima di giungere a questo risultato, in 1336 giorni a Gémenos è accaduto di tutto. Se da una parte gli operai occupavano, dall’altra si opponevano, per via giudiziaria e nei tavoli istituzionali di trattativa (ai quali partecipavano l’azienda, i sindacati e il governo), ai Piani di salvaguardia dell’impiego della multinazionale, un ossimoro se si pensa che in ogni caso questi prevedevano la chiusura della fabbrica e la salvaguardia dell’impiego concerneva solo la possibilità di scaricare i costi sociali sullo Stato.

Il primo Piano era stato respinto dal tribunale, nel febbraio 2011, perché il comitato di fabbrica non era stato informato.

Il secondo era stato bocciato in Appello, dopo che un magistrato aveva chiesto al direttore generale della Unilever se era vero che voleva trasferire gli operai in Polonia, riconoscendo loro appena seimila euro all’anno.

Anche il terzo aveva superato il primo grado di giudizio, ma i sindacati si erano accorti che l’allora ministro del Lavoro, Xavier Bertrand dell’Ump (il partito di centrodestra dell’allora presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy), aveva fatto in modo che il ministero non si opponesse alle irregolarità poi riscontrate in secondo grado e che porteranno poi all’annullamento.

Qualche mese dopo lo stop al terzo Piano, era poi arrivata la stangata per la Unilever, firmata da un giudice per l’esecuzione: tremila euro per ogni giorno di ritardo nel reintegro dei lavoratori, che diventavano cinquemila dopo quindici giorni.

Ma la guerra era proseguita senza esclusione di colpi, fuori e dentro le aule giudiziarie.

Nell’autunno del 2013 l’azienda aveva presentato il suo quarto Piano. Prevedeva di mantenere sul libro paga, per i successivi due anni, appena dodici persone, in buona sostanza solo i rappresentanti sindacali, esclusivamente per dovere di rappresentanza nelle procedure di liquidazione.

Fu con questa pistola poggiata sul tavolo delle trattative che il presidente di Unilever France, Bruno Witwoet, si era seduto a trattare con i sindacati da una parte e dall’altra con il governo, che finalmente aveva deciso di scendere direttamente in campo, schierando il consigliere di Francois Hollande per gli affari sociali, Michel Yahil, e Pierre-André Imbert, consigliere del ministro del Lavoro Michel Sapin.

Ma, come vedremo, alla fine sarà costretto a cedere, accerchiato dalle pressioni istituzionali e da una aggressiva campagna di boicottaggio.

Prima di giungere a questa conclusione era accaduto anche dell’altro. Erano arrivati a Gémenos avvocati e amministratori della Unilever a tentare di risolvere la faccenda con qualche offerta economica individuale e promesse a buon mercato.

Una strategia da divide et impera che non è però riuscita a intaccare lo zoccolo duro della protesta, ma solo quelli che avevano mollato la presa fin dall’inizio.

Ad Amar avevano proposto una buonuscita all’apparenza allettante, 80mila euro, ma lui aveva rifiutato e ribattuto: «Dovete darci, solo per il danno morale subìto, l’equivalente degli stipendi degli ultimi cinque anni, 200mila euro, più la liquidazione, lasciarci la fabbrica con i macchinari e aiutarci a ripartire».

Come lui avevano fatto i suoi compagni, senza arretrare di un millimetro. Mai. Una strategia consolidata, quella degli indennizzi, per fiaccare la resistenza dei lavoratori e allettarli con un premio apparentemente vantaggioso, ma in realtà ben al di sotto di quanto spetterebbe a ogni singolo operaio.

Eppure c’è chi si accontenta e accetta, perché vicino alla pensione o abbastanza giovane e qualificato da pensare di trovare, di lì a poco, un altro impiego.

Ma alla Fralib tutto ciò non era bastato a sciogliere il grumo più resistente della protesta.

Ci avevano provato allora con metodi meno affabili. Una notte erano calati dal tetto dei contractors privati, «gente dell’Est, reduci dalle guerre balcaniche, pericolosi», per fare con le cattive quello che non era riuscito con le buone. Ma avevano trovato ad attenderli trecento persone, i «fralibiens» e gli operai delle fabbriche vicine, che li avevano respinti a muso duro.

«À la guerre comme à la guerre», affatto intimoriti, gli occupanti avevano risposto colpo su colpo, sostituendo il logo della Unilever con quello dell’elefantino ribelle, mantenendo aperti il bar e la mensa aziendale, dividendosi gli uffici amministrativi, organizzando manifestazioni e invitando a Gémenos politici e sindacalisti.

La rete di solidarietà si era ben presto allargata e alla Fralib si è visto di tutto, dagli anarchici dell’Associazione per l’autogestione ai leader della Cgt e del Front de Gauche, fino ai socialisti: sono passati da queste parti il ministro dell’Economia Arnaud Montebourg e persino un François Hollande non ancora presidente della Repubblica.

Specialmente il primo aveva infuocato gli animi, promettendo la «nazionalizzazione» della fabbrica e un indennizzo alla Unilever se quest’ultima avesse a sua volta adeguatamente risarcito i lavoratori.

«Però poi se ne sono dimenticati», sorride sarcastico Amar. In realtà il sostegno delle sfere più alte della politica francese, insieme agli sforzi fatti dai «fralibiens» per ottenere il consenso dell’opinione pubblica, secondo gli analisti hanno pesato nella vittoria del Davide provenzale contro il Golia globale.

Ciò è vero a tal punto che nell’estate del 2012 il patron della Unilever Paul Polman, irritato contro il governo francese, aveva minacciato: «Se la Francia non rispetta le sue leggi, ci saranno rischi per gli investimenti futuri in questo Paese».

Ma il colpo decisivo è stata la campagna di boicottaggio nei confronti non solo del thé Lipton ma di tutti i prodotti Unilever, che si è diffusa ben presto a macchia d’olio in tutta la Francia e ha costretto la multinazionale a capitolare senza mettere in atto ciò che aveva paventato.

Avviata dopo la presentazione del quarto Piano per la salvaguardia dell’impiego, calato come un macigno sull’ultimo, decisivo tavolo di trattativa, la campagna ha colpito, con ogni probabilità, il tallone d’Achille della multinazionale: l’immagine che si era costruita di fronte ai consumatori.

Di fronte al danno economico che si andava configurando e al rischio che la protesta si espandesse in tutta Europa producendo ulteriori danni, la Unilever ha fatto quello che persino il più testardo dei «fralibiens» riteneva impensabile fino al giorno prima: si è ritirata, lasciando i terreni, la fabbrica e i macchinari ai lavoratori, valutati sette milioni di euro, e riconoscendo loro altri 19,1 milioni, che in buona parte saranno utilizzati per ripartire.

A ogni operaio sono stati riconosciuti 100mila euro di indennità, più di quanto assegnato a quelli che avevano accettato la vecchia proposta, ritirandosi dalla lotta.

I lavoratori, dal loro canto, hanno costituito una cooperativa mettendo una parte della liquidazione come capitale sociale, ponendo così fine alla fase dell’autogestione, e hanno cominciato a lavorare a un piano di rilancio dell’azienda.

La Unilever li aiuterà a ripartire, distribuendo le tisane al tiglio e alla lavanda attraverso i propri canali di vendita in cambio della pragmatica rinuncia dei fralibiens al marchio Elephant.

Anche arrivare a questo risultato non è stato semplice. «Hanno persino mandato delle spie per provare i nostri prodotti, le abbiamo riconosciute alla festa nazionale dell’Humanité a Parigi», sorride ancora Amar. Gli assaggiatori, con ogni evidenza, devono essere rimasti soddisfatti.

E così eccoci al raduno europeo delle fabbriche recuperate a fine gennaio del 2014. Il piazzale della Fralib si va riempiendo di ora in ora in attesa che cominci il meeting.

Un gruppo di operai si attarda a chiacchierare al bar della mensa con atteggiamento da flâneur, scorrono i primi drink della mattinata e gli italiani della Ri-Maflow, un’originale esperienza lombarda di riconversione ecologica di una fabbrica che mi riprometto di visitare al più presto, offrono una versione tutta loro di limoncello, che hanno ribattezzato Ri-Moncello.

Marie Noël, trentanove anni di servizio e pronta a festeggiare la pensione appena la battaglia sarà conclusa, non ha dismesso il camice verde e spiega come saranno utilizzate le piante locali per fare le tisane, mentre io e Amar troviamo singolari analogie paesaggistiche e culturali tra la Cabilia e la Basilicata. Chi l’avrebbe mai detto? Per essere la fine di gennaio, il clima è piuttosto mite. I colori della Provenza fanno il resto.

Lavoratori di aziende in crisi da tutta Europa si sono dati appuntamento qui alla Fralib per mettere a confronto le proprie esperienze ed elaborare un modello comune europeo di «worker’s economy», un’«economia del lavoro», e dei lavoratori, da contrapporre direttamente all’economia finanziaria che sta distruggendo il tessuto produttivo di mezzo continente.

[…]

Per loro i lavoratori della Fralib sono come dei fratelli maggiori, i capofila di un movimento più ampio, figlio della più grande emergenza lavorativa dal dopoguerra.

«Probabilmente abbiamo aperto una breccia e acceso una luce di speranza sulla difesa del lavoro e del potenziale industriale della Francia», dice Olivier Leberquier, ex delegato sindacale e presidente della cooperativa dei Fralibien.

A vederli intenti a raccontarsi e ascoltarsi, a discutere di autogestione e modelli cooperativi tra macchine enormi che rimandano la mente a epoche passate, viene da parafrasare quella vecchia talpa di Carlo Marx: lavoratori recuperati di tutto il mondo, unitevi.

Fosse andata diversamente, per i «fralibiens» sarebbe stata davvero dura.

Amar non ha mai creduto che potesse finire in un altro modo: «Non si possono spendere tre anni e mezzo della propria vita in una fabbrica occupata, vivendo con poche centinaia di euro del sussidio di disoccupazione, per poi tornare a cercarsi un lavoro normale, come se nulla fosse accaduto».

Lui non si sarebbe arreso mai. Ora che il sogno sta per realizzarsi pensa che il nuovo corso non dovrà avere nulla a che vedere con il passato.

Da oggi in poi gli ex occupanti della Fralib saranno gli artefici del loro destino.

La nuova Scop Ti, costituita subito dopo l’accordo con la Unilever, il 26 maggio del 2014, agisce lungo due direttrici: la lavorazione di thé e tisane per altri marchi, in modo da avere fin da subito dei volumi di produzione in grado di sostenere una cooperativa di sessanta soci (400-500 tonnellate all’anno, contro le tremila del 2010); l’ideazione di un nuovo marchio, con prodotti di alta qualità, grazie alla filiera corta degli accordi con i piccoli produttori biologici locali, quelli che alla Findus di Cisterna di Latina, rimasta in piedi in maniera tradizionale e nelle mani di un boss degli hedge fund, non è possibile fare.

«Abbiamo lottato non solo per salvare il nostro posto di lavoro, ma per dimostrare che si può produrre in maniera alternativa. La nostra organizzazione dovrà essere egualitaria e solidale, ciò vuol dire che se qualcuno resterà indietro non lo lasceremo per strada.

Non metteremo fuori nessuno e sperimenteremo modi diversi di lavorare insieme», conclude. Una scommessa impegnativa, ma è questo il patto non scritto che i «fralibiens» hanno siglato in questi tre anni e mezzo di resistenza. Una sorta di fratellanza: prima l’uomo e poi il denaro. È la loro sfida.

[…]

 

9. L’entusiasmo dei visionari

Ho impiegato un anno, forse più, per provare a dare una risposta convincente agli sguardi interrogativi che un pugno di persone di mezza età travestiti da pazienti, dai volti segnati, curiosi, non rassegnati mi aveva posto nella sala d’aspetto di quello studio medico trasformato in covo di carbonari, in una terra che per ossimoro è definita di lavoro.

Ho provato a raccontare loro come, dall’altra parte del mare, dove papà Agenore re di Tiro partorì Europa e con essa il suo mito, ambulatori come quello in cui sono stato ricevuto sono i luoghi del mutuo soccorso e i televisori hanno miracolosamente continuato a trasmettere nonostante le antenne staccate.

Ho spiegato le varianti più diverse del modo in cui lavoratori come loro, forti della propria disperazione e mettendo in gioco poco più che le loro capacità, unica cosa rimasta in loro possesso, sono riusciti a ricostruirsi un’esistenza dignitosa.

Ho viaggiato nello spazio e nel tempo, nelle borgate pasoliniane e nelle campagne dell’industrializzazione fallita. Ho provato a raccontare loro un sogno: quello di lavorare senza padroni.

Gli operai della Montefibre di Acerra, nel cuore della Terra dei fuochi, hanno ascoltato con un silenzio partecipato e grave, confondendo spesso, come in tutte le utopie, la realtà e il desiderio. Hanno strabuzzato gli occhi quando ho raccontato loro la vicenda della Mancoop, ma in quel caso la curiosità era dettata soprattutto dalla scoperta che c’era qualcun altro come loro, non lontano da qui, che ce l’aveva fatta.

Ma quando hanno sentito la storia dei bioshopper toscani, più di uno è sobbalzato. «È proprio quello che vogliamo fare noi», hanno esclamato.

Erano dipendenti della Montefibre, una delle maggiori aziende italiane del settore chimico e plastico, passata dal 1972 a oggi dalla Montedison alla Enimont, poi alla Enichem fino alla Orlandi Spa.

Lo stabilimento di Acerra, dove si produceva il poliestere, è divenuto tristemente famoso per le conseguenze della sua attività sui lavoratori e sull’ambiente.

E dall’ambiente parte la loro utopia, quella di rilanciare l’economia del loro disgraziato territorio coltivando i terreni a rischio per prodotti che non finiscano nel ciclo alimentare.

Si sono chiesti, «una sera in quattro davanti a una pizza», in piena autarchia: se producessimo una plastica biodegradabile «made in Terra dei Fuochi»? E se fosse prodotta con gli ortaggi e le verdure provenienti dai terreni inquinati e dunque non commestibili?

Gli operai della Montefibre di Acerra non sono i soli, da quelle parti, ad aver pensato di recuperare la loro fabbrica.

[…]

Questo è l’altro comune denominatore di queste storie di workers buyout: il coraggio degli ex dipendenti.

Mentre le grandi aziende vedono i numeri e i trend negativi, si spaventano e scappano, chiudono e rinunciano, solo gli operai credono nel valore del prodotto, sanno il lavoro che c’è dietro e il valore che costituisce per le loro vite, ne conoscono tutti i pregi in ogni dettaglio, e da qui nasce la loro fiducia nel prodotto, come per gli operai della Italcables che sapevano quanto quel nome fosse sinonimo di qualità per i clienti esteri e ci hanno scommesso.

Il paradosso di queste storie, è che sono proprio gli operai – pedine insignificanti nel grande gioco del capitalismo finanziario – non solo a far ripartire imprese dal loro prodotto, ma a tenere in vita il prestigio di un nome a cui le stesse aziende titolari hanno rinunciato.

Naturalmente al coraggio vanno aggiunti alleati strategici, […] Si può dire che negli ultimi anni Banca Etica è diventato, insieme alla Unipol, il riferimento creditizio principale dei «workers buyout», in particolare di chi è finito nell’orbita della Legacoop, che attraverso Coopfond è intervenuta finora in 47 aziende, investendo 56 milioni e consentendo di recuperare 1242 posti di lavoro.

Nel frattempo, pure il consiglio d’amministrazione di Cooperazione finanza impresa (Cfi), la società creata dal ministero dello Sviluppo economico per sostenere il recupero delle fabbriche, ha deliberato un «intervento in partecipazione per favorire il rilancio dell’impresa».

Il meccanismo è sempre lo stesso: Cfi e Legacoop entrano nel capitale sociale della nuova cooperativa, per uscirne lentamente entro qualche anno, una volta che l’attività è avviata. Mentre le banche intervengono con prestiti a tasso agevolato e pure, nel caso di Banca Etica, con strumenti di microcredito, come piccoli prestiti individuali a tassi sostenibili quando ad esempio la cooperativa non è in grado di fornire adeguate garanzie.

Dopo un paio di aste andate a vuoto, il commissario giudiziale ha riaffidato lo stabilimento ai vecchi lavoratori.

«Sembra una favola a lieto fine, ma non lo è. Abbiamo dimostrato che al sud riusciamo a sollevare la testa e le braccia per lavorare, senza piagnistei e non cullandoci nell’assistenzialismo statale», spiegano oggi, fieri di essere riusciti in un’impresa che sembrava disperata.

Il filo diretto con gli operai di Acerra non si è mai interrotto dal giorno della riunione clandestina nello studio medico. Mi chiamano ogni volta che hanno qualcosa da raccontarmi.

Quando sono andato a incontrarli la prima volta, erano al giro di boa del decimo anno di cassa integrazione, un record tutto italiano che hanno festeggiato stappando lo spumante che l’azienda puntualmente ha continuato a recapitargli per le feste di Natale, come fossero normali dipendenti. Invece la Montefibre è chiusa da undici anni.

Un pacco-beffa consegnatogli per strada «perché a noi cassintegrati non è consentito entrare nella fabbrica e non abbiamo un altro luogo di ritrovo», raccontavano non senza ironia.

Per anni hanno vissuto sommando lavoretti al nero alle poche centinaia di euro dell’assegno di cassa integrazione. Tra finanziamenti gettati al vento e ammortizzatori sociali versati come una sorta di reddito minimo sotto mentite spoglie, hanno calcolato di essere costati allo Stato circa due miliardi e mezzo di euro.

Per la ristrutturazione dell’area industriale sono stati spesi 150 milioni, però la produzione non è mai ripresa.

Era sorta come un fungo velenoso in aperta campagna, in un’area agricola chiamata Contrada Pagliarone, la Montefibre di Acerra.

All’inizio alimentò i sogni di riscatto degli ex lavoratori della Rhodiatoce di Casoria (un’altra società del gruppo Montedison) e le speranze di centinaia di persone provenienti dall’hinterland napoletano.

Era la nascita di una classe operaia in un grande stabilimento, come nel nord Italia.

All’inizio esisteva solo il reparto di fusione filo e le materie prime arrivavano dalla Germania, poi negli anni Ottanta furono avviati il reparto Dmt (produzione del dimetil tereftalato) e quello di polimerizzazione, nonché il laboratorio chimico per analizzare il prodotto nella sua fase intermedia e quello tessile.

Si cominciò a produrre così la materia prima, il polimero, per realizzare i fiocchi (da mettere nei cuscini, ad esempio) e i fili avvolti in bobine.

Si utilizzavano, in tre reattori e otto fasi di lavorazione del Dmt, sostanze tossiche come il paraxinolo, il metanolo, l’etilenglicole, l’acetato di cobalto, l’acetato di manganese, l’acetato di metile, l’acido acetico.

Per questo il nome Montefibre, ad Acerra come a Porto Marghera, provoca ancora qualche brivido.

Fa tornare alla memoria morti sospette, anni di battaglie legali, denunce e processi. In quella che per tanti anni è stata, a detta di tutti, una «cattedrale nel deserto» costruita nel 1978 in aperta campagna, nell’area agricola più vasta del napoletano dopo quella di Giugliano, le malattie si sono contate a centinaia ancora prima che esplodesse lo scandalo dei rifiuti tossici, interrati o bruciati all’aria aperta: tumori ai polmoni, alla laringe, al fegato e il temibile mesotelioma pleurico.

Killer tanto potenti quanto silenziosi e pronti a colpire a scoppio ritardato, rendendo incerte cause e responsabilità.

Nella fabbrica di Acerra i rischi per la salute erano legati a diversi fattori di rischio: il contatto con numerose sostanze tossiche, l’uso di amianto, fino allo smaltimento dei fusti tossici, un business nel quale saranno accertate infiltrazioni dei padroni del riciclaggio della monnezza: il clan dei Casalesi.

In una relazione scientifica commissionata dalla procura della Repubblica di Napoli agli inizi degli anni Duemila, quando era partita l’inchiesta su duecento morti sospette, era evidenziato un aumento «statisticamente significativo» di tumori alla pleura e al fegato: «L’ambiente di lavoro della Montefibre di Acerra si caratterizza, come risulta dalla documentazione agli atti, per la presenza di solventi sia alogenati che aromatici, per i quali esistono nella letteratura scientifica evidenze di azione cancerogena a livello epatico».

Dei 320 casi iniziali di malattia, a processo ne sono arrivati 88, ma solo per uno è stato possibile accertare il nesso di causalità tra l’esposizione all’amianto e il mesotelioma, e per questo sono stati condannati a un anno e 8 mesi di carcere cinque ex direttori dello stabilimento e due medici aziendali, accusati di omicidio colposo.

Difficile giungere a un risultato chiaro, in quest’area in cui il cancro tra la popolazione è molto più diffuso che altrove.

Già nel 2004 la rivista medica «Lancet» definì questa lingua di terra tra Acerra, Nola e Marigliano «il triangolo della morte».

Secondo l’autorevole rivista scientifica gli alti livelli di diossina rilevati nell’ambiente erano da ricollegare allo smaltimento illegale di rifiuti tossici e all’attività della Montefibre.

Per quanto riguarda i primi, l’attività delle eco-mafie non si è mai arrestata. Su una «collina della morte» di 60mila metri quadrati, in mezzo a frutteti e campi coltivati a ortaggi e a un tiro di schioppo dall’inceneritore inaugurato tra le proteste dei cittadini e dalla ex Montefibre, sono stati trovati 300mila metri cubi di rifiuti di ogni genere, interrati per anni da centinaia di camion, bulldozer, ruspe.

I dati della Sogin – la società statale che monitora l’ambiente i merito a rifiuti radioattivi e industriali – parlano di 93 milioni di metri cubi di acque avvelenate e 375 milioni di metri cubi di terreni devastati.

La Montefibre, quando fu pubblicato il dossier nell’agosto 2004, aveva chiuso i battenti da due mesi e mezzo.

«Solo pochi mesi prima avevamo ricevuto una lettera di complimenti dalla Dupont per la qualità del nostro prodotto. Poi, improvvisamente e senza motivo, hanno smantellato tutto», ricordano oggi.

Da allora la fabbrica non si è mai più ripresa, né è stata riconvertita e neppure l’area è stata bonificata. Anzi, proprio lì a fianco è stato costruito, tra le proteste dei cittadini, l’inceneritore incaricato di risolvere l’emergenza rifiuti partenopea.

Per undici anni questi ex lavoratori hanno vissuto nel limbo della cassa integrazione, «senza poter progettare nulla». Uno di loro, Angelo, mi aveva detto: «Cosa faccio durante la giornata? Accompagno i figli a scuola e vado a riprenderli. Dopo dieci anni in cui mi hanno tenuto così, a non far niente, non sono più abituato a lavorare e non so fare nulla, il giorno in cui troverò un lavoro sarò costretto ad andare da uno psicoterapeuta per farmi aiutare».

Per testimoniare come il tempo fosse trascorso invano, durante l’incontro nello studio medico mi avevano consegnato un pacco di fotocopie: verbali di tavoli di concertazione, riunioni di «verifica dell’attuazione dei contenuti del Protocollo d’Intesa sulla reindustrializzazione del sito» e accordi di proroga della cig, dal 2004 in poi.

In tutti si sprecavano parole come «riconversione» o «reindustrializzazione», le istituzioni si impegnavano «all’attuazione del progetto che viene considerato prioritario nella valutazione delle prospettive di ripresa dell’area» e le tre compagnie che avevano acquisito diversi rami dell’azienda dopo che la Fidion srl – società il cui socio unico era la Fibras European del Poliester (di cui la Montefibre possiede il 40 per cento e la spagnola Seda de Barcelona il 60 per cento) – nel 2012 era finita in liquidazione, promettevano investimenti mentre chiedevano al governo ulteriori stati di crisi.

Ma la fabbrica, tenuta in vita con il respiratore artificiale, rimaneva ferma, improduttiva, e con essa i suoi dipendenti. Troppo forte la concorrenza dei mercati orientali, dove il lavoro costa meno e le norme ambientali sono meno stringenti, nonostante il laissez faire che ha regnato per anni incontrastato nella Terra dei fuochi.

È pensando alle bonifiche mai fatte e alle campagne inquinate che quel pugno di cassintegrati, estenuati da un assistenzialismo che non stava bene innanzitutto a loro, hanno pensato di recuperare la fabbrica.

Quando mi hanno invitato, in qualità di conoscitore dell’argomento, non avevano ancora chiaro come venir fuori dalla loro situazione. Temevano di bruciarsi prima ancora di partire, che la loro proposta avrebbe potuto essere ostacolata dai troppi falchi ai quali poteva far gola l’area dello stabilimento, in contrada Pagliarone ad Acerra.

Dalla riunione carbonara alla definizione del progetto è trascorso un anno e mezzo, durante il quale non sono rimasti con le mani in mano.

Hanno studiato le leggi, si sono informati sulle procedure di recupero, sono entrati in contatto con altre fabbriche recuperate per conoscere le loro esperienze, infine hanno avuto la «pensata»: capovolgere di senso il marchio Terra dei fuochi.

Si sono detti: siamo tristemente noti per l’inquinamento? Allora utilizziamo quest’ultimo per rinascere.

Hanno costituito una cooperativa di quindici soci, ma la svolta vera è arrivata quando sono riusciti a convincere [n.d.r. a metà 2015] una compagnia americana leader nel settore dei polimeri biologici, la Mhg Meredian di Bainbridge, Georgia, a investire in Italia per realizzare un polimero biodegradabile «superiore a quello della Novamont», il Mater-Bi nel quale mi ero imbattuto tra i pionieri del Mugello.

Ma, a differenza della Ipt toscana, quest’ultimo non sarà utilizzato per farci sacchetti da supermercato, bensì protesi ortopediche e ortodentarie, interni per auto, telefoni e bottiglie biodegradabili.

O meglio, «interamente compostabili», vuol dire disintegrabili al cento per cento.

Sono arrivati agli americani nella maniera più semplice e incredibile: facendo una normale ricerca sul web, a partire dalla loro idea di base: rinconquistarsi il lavoro perduto attraverso la riconversione ecologica di uno dei territori, e delle fabbriche, più inquinati d’Italia.

«Abbiamo contattato via mail diverse aziende, americane, canadesi e asiatiche, che operavano in questo settore, chiedendo loro se erano disponibili a investire e produrre in questo territorio», spiega Gaetano Altobelli, un ex operaio che è stato tra le menti del progetto.

Alla fine l’hanno trovato l’investitore, e prima via mail e poi incontrandosi di persona a Roma nello studio di consulenza tributaria Pennuto Pirola Zei & associati – che ha dato loro fiducia «a differenza di tanti altri che ci hanno presi per pazzi perché eravamo semplici operai, per giunta senza soldi da poter investire oltre la nostra mobilità» – hanno allacciato i rapporti con la Meredian Holding Groups (Mhg): «Ci siamo conosciuti di persona, loro ci hanno mostrato i loro prodotti e spiegato che cosa facevano, e da lì abbiamo prima stipulato degli accordi preliminari fino ad arrivare a metterci in società insieme».

Ad aiutarli a tradurre in pratica la loro intuizione è stata Invitalia, società del ministero dell’Economia preposta al rilancio delle aree industriali, all’attrazione di investimenti e alla promozione di start up alla quale si sono rivolti per avere indicazioni su come fare.

Quest’ultima ha consigliato loro di costituire una società a responsabilità limitata, la PolyGreenBio, e con questa hanno dato vita a una joint venture con gli americani che forniranno la tecnologia e il brevetto e si impegnano a mettere in piedi pure un centro di ricerche, il primo del genere in Europa, mentre gli ex operai metteranno a disposizione il proprio lavoro.

Per quanto riguarda i finanziamenti per partire, sono riusciti a costruire una cordata di banche interessate a finanziare il progetto e hanno risposto a un bando della stessa Invitalia.

Poi sono andati dal curatore nominato dal tribunale per chiedergli l’assegnazione di una parte delle strutture industriali dell’ex Montefibre.

Altobelli è fiero di quella che definisce come «una pensata italiana» ma che mi pare aver molto a che vedere con il genio partenopeo: coinvolgere gli agricoltori che si sono visti sequestrare i terreni perché inquinati, e dunque non utilizzabili per coltivazioni a fini alimentari, neppure degli animali, per riconvertirli alla coltivazione di olio di colza destinato alla produzione del poliidrossialcalonato (Pha), una plastica al cento per cento biodegradabile, e riutilizzare le acque di scarico di zuccherifici, frantoi e caseifici, ricche di batteri dalla cui fermentazione, totalmente naturale, si innescherà il processo di produzione delle plastiche biologiche.

Addirittura, in collaborazione con l’Istituto per i polimeri del Cnr di Catania (Ipcb), potrebbero sperimentare la produzione di una plastica compostabile prodotta dalle arance utilizzate per le spremute e aranciate.

«Sarà un ciclo interamente chiuso ed ecologico, perché ritireremo a domicilio le acque reflue, evitando pure che finiscano nei terreni, e non ci saranno emissioni di alcun tipo, perché gli ulteriori scarti finiranno in un depuratore e saranno trasformati in energia», spiega Altobelli.

Inoltre, «per favorire la ripresa economica di quest’area, a chi vorrà aprire un’attività per realizzare manufatti con il nostro prodotto, glielo offriremo al prezzo di mercato più basso».

La lucidità, la lungimiranza di questa idea di processo produttivo e della visione ambientale che le fa da cornice, sembra partorita in un civilissimo Paese nordico, e invece riempie di entusiasmo sapere che è nata in una terra di desolazione e inquinamento.

L’entusiasmo, infatti, se dovessi individuare una caratteristica comune per tutte le fabbriche recuperate che ho visitato, è la principale molla emotiva.

Un sentimento che deriva dall’idea di essere artefici del proprio destino, senza sentirsi pedine di un gioco nel quale non si decide nulla. È stato l’entusiasmo che ha portato questo gruppetto di carbonari in cig da dieci anni – apparentemente senza speranze come migliaia di loro colleghi – ad avere l’idea giusta, per quanto azzardata: un prodotto bio proprio dalla Terra dei Fuochi.

Non hanno ricevuto l’aiuto di nessuno, dalle loro parti, neppure dei sindacati ai quali gran parte di loro erano iscritti ai tempi della Montefibre.

L’unico che li ha sostenuti, ci tengono a far sapere, è stato il vescovo di Acerra, monsignor Antonio di Donna, «che ci ha spinti ad andare avanti anche quando qualcuno di noi era vinto dallo sconforto e voleva arrendersi dinanzi alle difficoltà che incontravamo».

E anche se all’inizio non avevano alcuna idea di come fare, è stato l’entusiasmo che li ha portati a trovare l’alleato giusto che li ha seguiti in tutti gli aspetti tecnici e legali, e infine il partner finanziario giusto e visionario come loro.

Quello dei lavoratori di Acerra è un entusiasmo da visionari: pensano, sperano, di riuscire a mettere in piedi una fabbrica d’eccellenza a livello europeo, innovativa, all’avanguardia nel suo settore e in linea con i principi del trattato di Kyoto 2, utile a far rinascere il lavoro in un territorio altrimenti desertificato dal punto di vista industriale e ambientale.

Ha ritrovato l’entusiasmo pure Angelo, il cassintegrato che sosteneva di non essere più abituato a lavorare, dopo tanti anni di riposo forzato che non può che portare alla depressione, come mi hanno fatto capire alla Mancoop di Castelforte.

D’altronde, è straordinario vedere come dopo undici anni da cassintegrati assistiti da mamma Stato, «un’idea in quattro davanti a una pizza» che somiglia tanto alla riunione dei cinque manager della futura Fenix Pharma in un bar della periferia di Roma, e una riunione clandestina in uno studio medico armati della sola volontà di reagire a una situazione disperata, ora me li ritrovi tutti in joint venture con un colosso americano, da pari a pari.

Il sogno, per loro, si sta trasformando in realtà.

— Angelo Mastrandrea

 

Angelo Mastrandrea, giornalista, scrive per “il manifesto” (di cui è stato vicedirettore dal 2009 al 2013), “L’Espresso” e “Internazionale”. Suoi reportage  sono pubblicati in Francia su “Le Monde Diplomatique” e “XXI”. Ha scritto Italia Underground (2009), Il trombettiere di Custer e altri migranti (2010) e Il Paese del sole (2014).

Gli estratti riportati in questo articolo sono presi da Angelo Mastrandrea (2015), Lavoro senza padroni: storie di operai che fanno rinascere imprese, Baldini & Castoldi, I Saggi, pag. 176, cartaceo €15,00, e-book €7,99.

Lavoro senza Padroni - Libro

 

(Foto: Boris Horvat/AFP)

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