PerUnGiorno

Prova a non credere al mito del “posto fisso” PerUnGiorno

By Viviana De Angelis, novembre 4, 2015

“La crisi ha reso incerto il posto fisso tanto quanto lo è una attività autonoma. Per questo abbiamo avviato PerUn Giorno.”

Precarietà

L’Italia è costretta oggi ad affrontare tutte le contraddizioni e le inefficienze del suo sistema socio-economico, per non parlare di quello politico, assolutamente incapace, incompetente e dalle azioni sempre più spesso sfacciatamente fraudolente.

La parola chiave che contraddistingue l’epoca in cui viviamo è senz’altro Precarietà.

Precari i posti di lavoro, precarie le strutture di rappresentanza politica, precario il sistema finanziario.

L’essenza della nostra identità

Tuttavia, prima di pretendere un cambiamento, assicuriamoci che tale cambiamento inizi da noi. Innanzitutto bisogna precisare che spesso ci dimentichiamo di ricordare e ribadire che il nostro Paese è veramente meraviglioso. Una terra dal clima dolce e mite, dai paesaggi così variegati e suggestivi, ricca di storia e cultura, feconda di arte e ingegno poiché abitata da un popolo di scopritori, creativi, inventori, artisti.

Come ha ricordato Benigni al Parlamento europeo in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia: “Gli italiani hanno inventato il violino, il pianoforte, hanno alfabetizzato la musica: forte–fortissimo–con brio, hanno inventato la prospettiva, l’affresco, il Manierismo, il Barocco. Hanno inventato la stretta di mano, il bacio alla francese che viene da Caterina de’ Medici. Senza uno Stato e senza una lingua hanno inventato le banche. Hanno inventato la parola credito, cassa, cambiale e tutto ciò che ha a che vedere con l’economia!”

Ho avuto modo di leggere il libro di Arturo Barone “The Italian achievement”, un sunto dalla A alla Z delle invenzioni e scoperte degli italiani negli ultimi 1000 anni, un inanellare continuo ed inesauribile di successi e intuizioni geniali in quasi tutti gli aspetti della vita, dalla moda al cibo, alla fotografia, al design, al volo, ai motori, alla vela, alla fisica, alla filosofia, agli orologi e ai computer.

L’aspirazione al “posto fisso”

Eppure sembra che oggi abbiamo dimenticato l’essenza della nostra identità e della nostra grandezza. La nostra più forte aspirazione è: il “posto fisso”, anche se questo dovesse significare passare la maggior parte della propria giornata, della propria vita quindi, a svolgere un lavoro che non ci entusiasma, in un luogo che riteniamo scomodo, accanto a persone che non stimiamo. Anche se ci rendessimo conto che perpetuare tale scelta inevitabilmente porti ad un’atrofizzazione delle nostre reali inclinazioni o attitudini, rifuggiremmo comunque ogni velleità di cambiamento, ogni irresponsabile e pericolosa propensione a riqualificare il proprio tempo, la propria vita.

Se dovessimo trovare il coraggio di porci determinati interrogativi, ci penserebbero comunque le persone a noi vicine a ricordarci che il posto fisso è una figura mitologica da venerare con il giusto rispetto, che tanti, tantissimi aspirerebbero a quel posto e poco importa se non siamo felici e quando torniamo a casa siamo troppo depressi, stanchi e insoddisfatti per giocare con i nostri figli. Bisogna stringere i denti e far passare un giorno, poi un altro, e un altro ancora per 5 o 6 volte la settimana e in men che non si dica saranno passati i 40 anni necessari a poter avere una pensione che ci permetterà di avere tanto tempo libero da dedicare finalmente a noi stessi.. a noi stessi o a ciò che saremo diventati dopo aver soffocato per un’intera vita la nostra più vera identità!

Soprattutto, con la speranza che riusciremo ancora ad immaginare una vita fuori dal contesto lavorativo o, come dice Silvano Agosti ne “Il discorso tipico dello schiavo”, non avremo decorato la nostra prigione al punto da non voler più uscire quando apriranno la porta. “…perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.”

Recentemente ho chiesto a un ragazzino di 11 anni cosa avrebbe voluto fare da adulto, mi aspettavo una risposta del tipo: pilota, astronauta, veterinario. Invece mi risponde che avrebbe voluto studiare per ottenere un lavoro con “posto fisso”. Come ha fatto a cambiare così tanto la nostra società? Quando è nato esattamente il concetto di “posto fisso”, dato che per tradizione siamo un popolo di artigiani e piccoli imprenditori?

Per essere più precisi, sarebbe utile indagare non tanto sulla nascita del concetto di “posto fisso”, quanto sulla nascita del concetto di “posto fisso quale dogma da non mettere mai in discussione”, quale condizione cui deve inevitabilmente tendere il lavoratore.

Tale concetto nasce forse con l’affermarsi di un ufficioso scambio: impiego statale-bacino di voti politici? Oppure nasce con l’affermarsi del consumismo, tendenza sociale che ha trovato sviluppo all’interno del nostro sistema economico, ovvero il capitalismo, nella sua fase di creazione di una classe media finalizzata all’espansione dei consumi?

Tipi umani e consumi

Per cercare di spiegare la mia supposizione, in questa sede solo ipotetica, da verificare in seguito con dati statistici, prenderò ad esempio due lavoratori, un impiegato ed un lavoratore autonomo.

Il lavoratore autonomo guadagna mediamente di più dell’impiegato, tuttavia tende a razionalizzare le spese ed i consumi poiché percepisce di vivere in una condizione in cui le spese sono certe ma i guadagni incerti. Quindi anche nei periodi in cui guadagna molto, tende a fare parsimonia delle risorse per riuscire così a fronteggiare potenziali periodi di scarso guadagno. Anche se non dovessero verificarsi frequentemente periodi di difficoltà economica, la forma mentis acquisita lo porta ad interrogarsi costantemente sulla reale necessità di acquistare questo o quell’oggetto per la propria soddisfazione personale. Trova probabilmente il suo appagamento nel riuscire nel lavoro da lui scelto, creato, perfezionato imparando dagli insuccessi, incoraggiato analizzando i successi.

L’impiegato guadagna mediamente meno, tuttavia conta su entrate certe e costanti. Non ha quindi timore di acquistare e consumare beni e servizi suggeriti dalle pubblicità o implicitamente imposti dagli schemi sociali. Acquista quasi impulsivamente, senza sviluppare uno spirito critico che lo porti ad interrogarsi se quella necessità percepita sia autentica o indotta dall’esterno. Può arrivare a spendere tutti i suoi risparmi, poiché è consapevole che il mese successivo avrà un’entrata di cui conosce esattamente l’entità.

Per un sistema economico fondato, dagli anni sessanta agli anni novanta, sulla produzione e acquisto di beni su vasta scala, quale delle due categorie di lavoro è indispensabile diffondere e mitizzare?

Chiedo perdono per l’estrema generalizzazione fatta di queste due figure di lavoratori, tale semplificazione consente tuttavia di analizzare un concetto che in questa sede è utile all’argomento centrale.

Tale argomento è che la crisi di un intero sistema economico-politico-sociale porta con sé gravi disagi e grandi problemi. Tuttavia la crisi del nostro sistema potrebbe portare, a seconda di come reagiremo noi singoli individui, all’affermarsi della voglia di fare impresa tra vasti starti della popolazione.

La voglia di fare impresa

La voglia di fare impresa, va intesa come sviluppo di atteggiamenti e di comportamenti positivi tipici dell’imprenditore (creatività, tenacia, comunicazione interpersonale, assunzione delle responsabilità, problem solving, capacità di lavorare in gruppo, ecc…), applicati in qualunque attività lavorativa, sia essa autonoma o dipendente.

Come ha affermato Daniele Marini: “complice la crisi, è sempre più in atto il processo di identificazione dei dipendenti con la propria azienda. Ci tengono che la società in cui lavorano rimanga in vita, perché la loro sopravvivenza dipende da quello. Così ha sempre meno ragion d’essere la contrapposizione tra datori di lavoro e lavoratori. Diminuisce l’importanza del lavoro del singolo e cresce l’impatto di quello di gruppo. In Italia, secondo una recente ricerca, l’80% dei lavoratori parteciperebbe volentieri alla ricerca di idee per l’innovazione ed il 64% aderirebbe a forme varie di flessibilità nell’organizzazione del lavoro”.

Si moltiplicano i casi in cui i dipendenti rilevano l’azienda in cui lavorano nel momento in cui questa decide di chiudere, così come si moltiplicano i casi in cui i dipendenti sono disposti a trasformare una parte del loro stipendio fisso in incentivi legati ai reali obiettivi raggiunti. Questo nuovo approccio è la vera grande opportunità di rilancio dell’economia per il mondo occidentale, perché permetterà a chi lavora di esprimere il proprio talento e di far emergere tanto potenziale finora inespresso.

Tale approccio mentale risveglierà la natura di tanti giovani che hanno finora sopito l’innata indole imprenditrice italiana. In fin dei conti il passo tra la voglia di fare impresa e diventare imprenditore è breve.

L’incertezza del “posto fisso”

I giovani oggi non devono compiere una scelta infinitamente coraggiosa tra sicurezza del posto fisso di un lavoro poco stimolante e fascino di un’attività vicina alle loro attitudini, ma autonoma, quindi incerta. Non sono bloccati in alcuna impasse poiché la crisi ha reso incerto il posto fisso tanto quanto lo è un’attività autonoma. E allora perché non tentare e magari scoprirsi–nonostante le  difficoltà–felici e appagati?

Ulteriore aspetto di profondo cambiamento del nostro sistema, che facilita coloro che scelgono l’autonomia, è il fatto che la tecnologia e la diffusione di internet hanno ridotto infinitamente i costi fissi connessi all’avviamento di un’attività. Pensiamo alla facilità del reperimento di informazioni; al poter evitare la necessità vetrine e strutture fisiche a cui si associano elevati costi di affitto; ai ridottissimi costi della pubblicità se si scelgono canali quali social network e la diffusioni virale di immagini e video.

Finché non sopraggiunge la crisi non sopraggiunge il cambiamento. Certo è che affinché il cambiamento abbia connotazioni positive, l’individuo debba essere disposto al mutamento, all’introspezione, alla critica costruttiva piuttosto che abbandonarsi alla sterilità della polemica e del qualunquismo, alimentata da mass media obsoleti, parziali e sempre più anacronistici.

A noi giovani un importante, fondamentale testimone da afferrare con fiducia ed entusiasmo per poi correre lungo la staffetta della storia in generale, della storia dell’Italia in particolare. Un testimone riassumibile con le meravigliose parole di Steve Jobs a conclusione del discorso tenuto nel 2005 a Stansford: “Stay hungry, stay foolish!” (Non smettete mai di essere affamati, non smettete mai di essere folli!)

PerUnGiorno

Noi siamo 4 ragazzi che hanno abbracciato questa filosofia, e consapevoli che il lavoro occupa la maggior parte della giornata e quindi della vita abbiamo deciso di creare una start up–dal nome “PerUnGiorno”–che consenta alle persone di scoprire quale sia il lavoro che le fa tornare a casa con il sorriso. Per scoprirlo, prima di investire nella relativa formazione, bisogna toccare con mano, vivere un lavoro!

“PerUnGiorno” dà così la possibilità–per ora solo a Roma–di poter andare un giorno sul luogo del lavoro che si vuole scoprire e conoscere meglio, e confrontarsi con un professionista che illustra il bello e il brutto di quella professione, mestiere o lavoro dipendente, racconta i propri inizi ed il percorso che ha fatto per arrivare lì, svela piccoli segreti e dà grandi consigli, risponde a domande e curiosità.

Non si tratta di un corso di formazione né di una forma di apprendistato, bensì di un modo per calarsi appieno per un giorno nell’atmosfera di un determinato lavoro per capire se possa fare realmente al caso nostro. È l’apprendista a pagare, per un giorno, il professionista o l’imprenditore, per farsi spiegare un mestiere.

PerUnGiorno è anche uno strumento per scoprire che esistono tantissimi lavori tra cui poter scegliere e non solo quelli più conosciuti in cui tutti investono energie per poi ritrovarsi senza lavoro a causa dell’eccessiva concorrenza.

Per portare avanti una azienda innovativa come la nostra bisogna avere tanto coraggio e anche un pizzico di incoscienza se pensiamo al fatto che bisogna “creare un prodotto che non esiste in un mercato che non esiste”. Tuttavia, c’è niente di più bello che provare a vincere una sfida così stimolante?

Scopri qual’è il lavoro che ti fa tornare a casa con il sorriso con i Mentori di PerUnGiorno!

— Viviana De Angelis

 

Viviana De Angelis è fondatrice di PerUnGiorno S.r.l., Roma.

 

 

 

One Comment

  1. Alessio Melizzi ha detto:

    L’articolo in se non mi ha particolarmente colpito, ma dico ciò in senso positivo dal momento che condivido in gran parte il vostro ragionamento. Tuttavia è doverosa una ulteriore precisazione: la distinzione tra il lavoratore autonomo e le 2-3 tipologie di posto fisso. Si perché l’impiegato è certo di una retribuzione anche se è una certezza effimera, in quanto come dipendente di un privato non può sapere se l’azienda vivrà per sempre. Di conseguenza si ritroverà ad avere due situazioni sgradevoli: la condizione di lavoratore salariato e quella inerente all’incertezza del suo futuro. Dall’altra parte vi è l’impiegato statale; egli è un altro lavoratore subordinato, ma le sue condizioni sono assai differenti. Innanzitutto non ha la fobia della chiusura del posto di lavoro, già di per se non da poco. Inoltre non ha obiettivi da portare a termine; senza contare che tante motivazioni (malattia, infortunio, etc.) che possono implicare il futuro di tutti gli altri lavoratori a lui non lo toccano neanche.
    Chiaramente io condivido la vostra filosofia, ma nel paese dove il lavoro si ottiene grazie alla “conoscenza” e la crisi fa fuori un sacco di piccole-medie imprese, un posto fisso come il secondo non è poi così disdegnato…

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