Faccio impresa per tornare a respirare

“Licenziata, faccio impresa per tornare a respirare”

By Stella Romano, settembre 25, 2015

Non ho ancora avviato un’impresa, ma cercare di farlo—come sto facendo partendo da una attività libero professionale—è molto meglio che stare ad aspettare che qualcuno mi offra un lavoro. Non so se ci riuscirò. Ma almeno mi aiuta far entrare dell’aria nei miei polmoni. Mi aiuta a tornare a respirare.

Quando ho perso il lavoro è stato come perdere la mia identità sociale.
Ho passato la vita a ripetermi che io non ero il mio lavoro; che i valori su cui mi fondavo erano gli affetti e gli amici. Ma quando è arrivata “quella comunicazione” ho sentito lo stesso di aver perso una parte di me, del mio quotidiano.

La paura più grande è stata ovviamente quella del mantenimento economico della mia famiglia.

Quando perdi il lavoro il pensiero corre immediatamente a tutti quegli impegni che hai preso, come il mutuo della casa e le tasse scolastiche dei figli.

Impegni che hai contratto e impilato come mattoncini Lego, e su cui hai costruito la tua esistenza.

Improvvisamente mi sono resa conto che l’azienda per cui ho lavorato con tanto zelo, in cui tanto ho creduto e di cui mi sentivo parte integrante, quel capo con cui avevo un rapporto di rispetto e fiducia, mi ha tradito.

Sì, perché il grande capo, ha preferito trasferire la sua attività a Tirana, lasciando i miei colleghi e me in braghe di tela: inevitabile sentire salire la rabbia.

In realtà i primi giorni sono stati come un lungo fine settimana. Ricordo che impostavo le mie giornate all’insegna di tutto quello prima che non riuscivo a fare per via dei ritmi serrati dal doppio ruolo casa-famiglia e lavoro.

Ma a un certo punto, quando tutti i doveri domestici sono stati assolti, ho dovuto affrontare il fatto che le giornate erano lunghe e che, dovendo risparmiare, non era possibile vivere come se fosse un’eterna vacanza. Dovevo riorganizzarmi: trovare un impiego.

La prima cosa che ho fatto è stata quella d’aggiornare il famigerato curriculum vitae.
Su dei fogli di carta, vedi apparire in breve il sunto della tua vita lavorativa. Sembra così inappropriato per descrivere veramente chi sei, cosa sei in grado di fare.

Mi sembrava impossibile che un estraneo, se pure esperto in merito, potesse capire chi ero da poche frasi e date allineate una dopo l’altra.
Una volta scritto bisognava renderlo pubblico. Trovare qualcuno che volesse me.

Quanta frustrazione nello scorrere gli annunci di lavoro.
Non poche volte, con gli occhi dell’esperienza, ho scartato offerte, perché palesemente vuote di reali possibilità di guadagno.
Quante volte, ho cliccato invio, con la forte speranza che il selezionatore scegliesse me.

Trovare lavoro oggi non è impresa facile: se sei donna, e hai superato anche solo i quaranta anni, le probabilità di ricostruirti un’identità produttiva sociale, come dipendente, sono veramente poche.

Ad un certo punto mi sono resa conto che i lunghi fine settimana ormai formavano mesi, mesi di un lavoro non retribuito da nessuno: trovare lavoro.

Lì ha iniziato a subentrare lo sconforto. Inevitabilmente una prova del genere ti mette in discussione.
Inizi a valutare quello che sai fare, le tue competenze, con maggiore autocritica: ti confronti con le nuove generazioni e con il loro saper fare, forse meno esperto, ma più fresco e a proprio agio con la tecnologia.
Il rischio di perdere fiducia in me stessa è stato reale, come reale era il conto in banca che scendeva.
Di una cosa ero certa, non potevo smettere di vivere e di certo ero disposta a imparare cose nuove, e a riguadagnarmi un mio spazio nel mondo del lavoro.

Il rimettermi in discussione è andato oltre un esame sommario delle mie conoscenze: ho rivisto priorità, stile di vita, interessi e passioni.
Ho valutato le mie reali capacita d’investimento economico, e ho cercato una soluzione che potesse rispondere, a tutte queste esigenze contemporaneamente.

Da li sono partita per ricostruire una mia nuova identità lavorativa.
Ovviamente ognuno ha i propri bisogni, ciascuno ha la propria realtà.

Se mi fossi fermata alla fase dello sconforto, forse oggi non vivrei quello stato di grazia che si ha, quando si lavora a un progetto con passione e determinazione, tipica dei ventenni, e probabilmente sarei ancora lì a controllare la posta elettronica e il telefono sperando che un selezionatore mi chiami.

Ricostruirsi è un duro lavoro; mettersi in gioco lo è ancora di più. Ma attendere che la società ci offra delle soluzioni confezionate ci ha portato al punto dove ci troviamo.

Mia nonna Dalia dice sempre “non farci troppo i conti, che rischi che diventino Contesse“: come ha ragione!
Tutti i miei mattoncini Lego, ben allineati sono crollati, al dunque tanto vale rischiare per qualcosa che amo fare, se poi diventeranno “Contesse” si vedrà! Ma almeno non trattengo più il respiro: sono tornata a respirare.

— Stella Romano

Stella Romano, web writer e blogger, realizza e cura contenuti per siti web aziendali e istituzionali.

6 Comments

  1. Mirella Buttignol ha detto:

    Ti ammiro, sei grande! Una delle poche persone che ha il coraggio di ricrearsi un’identita’ professionale, di rimettersi in gioco senza dare nulla di scontato. Brava!

  2. Nicoletta ha detto:

    Sei una grande. Io vivo la tua stessa situazione. Ma ho un hobbye che potrebbe portarmi a ciò che realmente voglio fare nella vita, solo che per iniziare servono i soldi e io non ho più nulla da poter investire. Pian piano faccio ciò che trovo, per 1 mese o due, anche se quello che faccio non mi piace ma serve per tamponare i buchi delle spese mensili. Non so se riuscirò anche stavolta a rialzarmi ma non mi arrendo…
    Nicoletta Deidda (Sardegna-Olbia)

  3. Stella Romano ha detto:

    Mirella Buttignol, grazie per il complimento, mi auguro che la mia esperienza ispiri qualcuno è fare altrettanto.
    Se l’ho fatto io, possono tutti.

  4. Gianluca Visciglia ha detto:

    Uno spirito sano e forte… non ha prezzo e né età… Complimenti per aver lottato(spuntandola) contro un sistema che tratta gli esseri umani quasi come i numeri della tombola… solo che invece di tirarli fuori da un sacchetto… ce li butta per poi farne spazzatura.

  5. daniela ha detto:

    complimenti per il tuo spirito di iniziativa sei geniale

  6. Viola ha detto:

    Grazie per questa lucida disamina, leggendola mi rispecchio moltissimo. Dopo la chiusura della mia ex azienda (commerciale con lingue) ho alternato periodi di inattività come quelli da te descritti ad altri che in cui sono riuscita a rimettermi in gioco, anche studiando duramente in un caso, ma cosa ho ottenuto all’atto pratico? Un’esperienza che non esito a definire di caporalato nel turismo(no soldi, no training, solo servizio a vantaggio del portafoglio altrui), prese in giro dalle agenzie interinali che potevano essere intuite (ma alla fine qualcosa lo devi accettare, una volta che loro ti ritengono adatta), infine mobbing proprio nel posto da cui in giovane età con ottimismo ero partita e di cui conservavo un ottimo ricordo ( 1 anno e mezzo di scansioni, fotocopie e pulizie d’ufficio in un ambiente fortemente degradato). Tutto questo a dispetto del fatto che io abbia spirito di adattamento, che non mi sono abbarbicata sulla mia esperienza, del fatto che certamente non avanzo pretese sullo stipendio che comunque era di tipo ‘normale’ anche prima. D’accordo il periodo di crisi che viviamo, a volte però penso che di peggio del mancato lavoro c’è solo il fatto di sentirsi profondamente abbandonati a noi stessi e che incontriamo solo gente che dà per scontato che aver perso il posto significhi aver perso anche la nostra dignità. Io so solo che non voglio più permettere a nessuno di sentirsi forte su questo mio personale momento di fragilità, quanti casi del genere si sentono poi? Sto lentamente (tra i vari C.V. che ancora invio senza più crederci ormai a 50 anni) recuperando me stessa, so che prima o poi anche io mi imbarcherò in qualche impresa anche perchè solo a me stessa do’ ancora fiducia. E’ ancora piu’ triste quando hai anche un figlio nella stessa situazione, demoralizzato e derubato del suo futuro.

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